Dal conflitto sociale al moralismo: la lunga resa della sinistra.

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La sinistra ha sostituito il socialismo con il mercato, il conflitto sociale con il moralismo e la lotta di classe con le guerre culturali. Dalla Seconda Repubblica al neoliberismo, il racconto del progresso ha lasciato ai margini lavoro, disuguaglianze e questione sociale.

Sinistra senza socialismo. Un passaggio cruciale.

Ormai esistono distanze che appaiono incolmabili tra chi predica più sinistra, sigillata dall’imminenza del pericolo fascista, e chi ancora immagina un corso socialista. E una tra esse è davvero sorprendente, perché nasce da una differente interpretazione della storia recente del nostro Paese.
Esiste, difatti, tutto un argomentare ottimista sui grandi passi in avanti compiuti dalla nostra società politica nel corso degli ultimi quarant’anni; dalla nascita della cosiddetta Seconda Repubblica.
A sinistra, tutto sommato, si interpreta quella trasformazione istituzionale come un segnale di progresso rispetto alle nebbie lessicali delle convergenze parallele, alle sedute fiume del Parlamento, alla presenza prevaricante del notabilato democristiano. Si ricorda il tempo dei partiti apparato, fortemente ideologizzati, con pesantezza psicologica, data dalla sclerotizzazione dei costumi, dal bieco conservatorismo degli apparati e dall’istituzionalizzazione delle clientele.
Non è un caso che la Seconda Repubblica, nella sua ansia rinnovatrice, abbia preteso una forzata pacificazione non solo tra repubblichini e partigiani, attraverso la narrazione di una memoria condivisa condensata nel concetto di “guerra civile” a sostituzione di “guerra di liberazione”, ma anche tra i giovani degli “opposti estremismi”, in quel grigio periodo, dal bianco e nero sgranato, descritto da voci gravi e laconiche, corrispondente agli anni Settanta.
Quel decennio così cupo, così dannatamente violento, da provocare paura e sgomento collettivo nel chiasso diurno e nei lunghi silenzi notturni delle città avvolte dalle lamiere delle fabbriche. Una realtà spoglia, poco luminosa rispetto all’allegria festosa del boom economico, segnò, al contrario, il punto più alto raggiunto dalla democrazia. Il conflitto definì un circolo virtuoso che partì dallo Statuto dei Lavoratori e terminò il proprio slancio col Servizio Sanitario Nazionale.
La successiva razionalizzazione, artificiosamente anti-ideologica, data dalla rivoluzione neoliberale, fu impreziosita culturalmente da due fenomeni speculari ma apparentemente antitetici. Da un lato la sbornia luccicante dello yuppismo disimpegnato e concentrato nel presenzialismo ridanciano dei sabati sera e dall’altro il rinnovamento intransigente e sdegnoso guidato dalle inchieste di Mani Pulite. Da questi due fenomeni, per tanti elettori di sinistra, così come idealizzato dalla weltanschauung de “La Repubblica”, ne nacque un mondo migliore governato dal moralismo piccolo borghese della società civile.
Nonostante l’imprevisto berlusconiano, nonostante la necessaria legalizzazione dei fascisti, nuovamente soggetti parlanti al fine di disegnare una serio sistema maggioritario impregnato di cultura anglosassone votata all’alternanza e alla governabilità, la dialettica, ormai pacificata dalla dittatura dei mercati, appariva più civile, più democraticamente americana. Finalmente la sera si poteva andare al cinema. I conflitti orizzontali iniziavano a impreziosire il dibattito. Le canotte di lana dei Fantozzi e degli operai descrivevano una irriducibile pigrizia passatista.
Tutto era finalmente dinamico, moderno, razionale. Impresa, Inglese, Internet. Le tre I, furono evocate solo in seconda battuta da Silvio Berlusconi. Fu Massimo D’Alema, durante un’Assemblea Nazionale dell’allora Pds, a lanciare l’epocale sfida. Sintomo di questa modernità era la trasformazione della sinistra. Mentre Veltroni regalava film e figurine, Luciano Violante abbracciava l’onore dei vinti. I tecnici erano i nuovi sacerdoti dell’ordine. Abbandonati i vagiti socialisti si abbracciarono nuove parole d’ordine.
La precarietà era una richiesta delle nuove generazioni, ormai ammaliate dall’atmosfera Erasmus; le privatizzazioni rappresentavano un’esigenza vitale per rendere finalmente coraggiosi i nostri capitalisti; i partiti leggeri prescrivevano la cura per snellire le procedure parlamentari e le lungaggini discorsive dei politicanti. Questo mondo migliore, tenuto insieme dal sogno del villaggio globale, dove nessuno era più cittadino, dove si cancellava finalmente l’arroganza dei confini, si risolveva nel primato dell’economia, nella credibilità dell’imprenditore.
Lo Stato si doveva governare come un’impresa, l’esistenza individuale anche. Il fallimento era un’opportunità, la povertà una colpa personale. La vita un compendio di scelte personali equivalenti a investimenti. Il lavoro diventava un’esperienza curriculare. Le aziende una grande famiglia. Dal racconto scomparivano i poveri, i proletari poi non ne parliamo, quelli, forse, non erano proprio mai esistiti .
Ancora oggi i ristoranti sono tutti pieni e ognuno di noi ha il privilegio di scrollare il telefonino. Insomma, alla fine, sembra andare tutto per il meglio. Restano da sconfiggere i fascisti. Dopo Berlusconi l’ennesima anomalia di un mondo quasi perfetto.

 

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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