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Sesto vertice Roma tra Israele e Libano, senza militari al tavolo e senza alcun ritiro in vista. Le “zone pilota” restano sulla carta, Hezbollah resta un problema scaricato su Beirut, e la diplomazia si conferma pura cosmesi istituzionale mentre il Libano paga il conto.
Sesta puntata della farsa romana: Israele e Libano si incontrano per non decidere nulla
Sei round di negoziati e la sostanza resta identica a quella del primo incontro: Israele occupa il Libano meridionale, promette ritiri condizionati che non arrivano mai, e la comunità internazionale applaude ogni nuovo tavolo come se fosse un passo avanti.
Il sesto vertice tra Gerusalemme e Beirut, mediato da Washington e ospitato a Roma, si apre con un dettaglio che dice tutto: nessun rappresentante militare tra i partecipanti. Solo diplomatici — l’ambasciatore israeliano a Washington Yechiel Leiter, l’ambasciatrice libanese Nada Hamadeh Mouawad affiancata dal veterano Simon Karam, e per gli Stati Uniti il consigliere del Segretario di Stato Dan Holler — a discutere di questioni che, guarda caso, richiederebbero competenze militari. La differenza rispetto al round precedente, quello che aveva prodotto un accordo quadro, non è casuale: quando l’obiettivo reale non è risolvere ma prendere tempo, meglio tenere i generali lontani dal tavolo.
Il nodo del contendere sono le cosiddette “zone pilota“, due aree del Libano meridionale che Beirut chiede a Israele di restituire secondo intese già sottoscritte. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha fatto sapere, senza troppi giri di parole, che nessun ritiro è imminente. Poco importa che l’Iran, primo firmatario del Memorandum di Islamabad sul cessate il fuoco, abbia posto proprio la fine delle ostilità libanesi come condizione preliminare: a Teheran l’effetto domino sulla crisi regionale interessa fino a un certo punto, quando è Netanyahu a tenere in mano il cronometro.
Il teatrino delle zone pilota e la delega del problema
Vale la pena ascoltare come l’ambasciatore Leiter descrive la strategia in corso: collaborazione con il CENTCOM e le forze armate libanesi per preparare le condizioni che permettano a quest’ultime di subentrare nelle aree occupate. Tradotto dal diplomatichese, significa scaricare su un esercito libanese sottodimensionato e politicamente fragile l’onere di neutralizzare Hezbollah, compito che lo stesso Stato ebraico non è riuscito a portare a termine con anni di raid e un’occupazione perdurante.
Lo ammette lo stesso Leiter, quando spiega che se il Libano non dimostrerà di saper tenere Hezbollah fuori da quelle zone, “non avremo ottenuto nulla”. Il condizionale è la vera architrave del negoziato: Israele si ritirerà “nel momento stesso” in cui Hezbollah sarà smantellato, una formula che equivale a rimandare la questione a data da destinarsi, dato che nessuno — a Beirut, a Roma o a Washington — ha in tasca la ricetta per sciogliere una milizia radicata nel tessuto sciita del Paese da oltre quarant’anni.
Un Paese che non decide, per conto di attori che decidono altrove
Dietro la cornice diplomatica si consuma l’ennesimo capitolo di una sfiducia reciproca strutturale. Fonti arabe riportate da Al Jazeera raccontano di un Libano che, prima del summit, chiedeva pubblicamente a Israele di rispettare gli impegni già sottoscritti e minacciava di disertare il round romano in assenza di segnali concreti. Segnali mai arrivati.
Il vertice si è tenuto comunque, a dimostrazione che le minacce diplomatiche libanesi valgono, in questo scenario, quanto le rassicurazioni israeliane sul ritiro: poco o nulla. Il Libano, del resto, non è un attore che negozia da una posizione di forza: è un territorio storicamente trasformato in campo neutro per conflitti decisi altrove, dalla Siria a Israele fino ai proxy iraniani, con una popolazione che paga il conto in evacuazioni di massa — centinaia di migliaia di residenti israeliani spostati dall’Alta Galilea, e altrettante vite libanesi sospese nel sud del Paese — mentre le cancellerie discutono di “zone pilota” come fossero variabili astratte in un modello geopolitico.
Chiamarla diplomazia è generoso. È piuttosto un esercizio di cosmesi istituzionale, utile a proiettare l’immagine di un processo in corso mentre sul terreno nulla si muove: Israele resta dove vuole restare, Hezbollah resta un problema irrisolto, e Roma resta la scenografia perfetta per un vertice che ha già, nei fatti, prodotto il suo unico risultato certo: la data del settimo.

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