Bruxelles processa Mosca a Venezia, tace su Tel Aviv

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La Commissione Ue revoca 2 milioni di euro alla Biennale di Venezia dopo la riapertura del padiglione russo. Bruxelles invoca i valori democratici, ma non ha mai sanzionato Israele per Gaza, Cisgiordania e Libano. Zaia e Salvini attaccano, la Fondazione minimizza.

Bruxelles processa Mosca a Venezia, ma si volta dall’altra parte su Tel Aviv

Due milioni di euro. È la cifra che la Commissione europea ha deciso di sottrarre alla Biennale di Venezia dopo che la Fondazione, guidata dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, ha riaperto il padiglione russo ai Giardini, rimasto chiuso dal 2022 in seguito all’invasione dell’Ucraina.

La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen ha annunciato l’11 luglio, via social prima ancora che tramite le vie istituzionali, la raccomandazione ufficiale all’Eacea — l’agenzia esecutiva che gestisce concretamente i fondi comunitari — di interrompere il finanziamento previsto per il triennio 2025-2028. La sentenza politica di Bruxelles è arrivata al termine di una procedura durata tre mesi, non come reazione a caldo: già il 10 aprile l’Eacea aveva avviato l’iter di revoca, concedendo trenta giorni alla Biennale per cambiare rotta. La Fondazione ha tirato dritto, riaprendo il padiglione il 9 maggio — giorno della Festa dell’Europa, scelta calendaristica che definire ironica sarebbe riduttivo — sebbene in forma ridotta, senza i permessi necessari per ospitare eventi pubblici.

Buttafuoco ha difeso la propria linea sostenendo che la Biennale non possa trasformarsi in un tribunale politico, ricordando che il padiglione, edificato nel 1914, appartiene formalmente alla Russia e che i Paesi riconosciuti dall’Italia possono partecipare senza bisogno di un invito ufficiale. Argomento tecnicamente ineccepibile, che tuttavia si scontra frontalmente con la posizione assunta a marzo da 22 Paesi europei, i cui ministri della Cultura e degli Esteri avevano firmato una lettera congiunta per chiedere l’esclusione di Mosca e dei suoi artisti dalla kermesse.

Nel mezzo, un giallo diplomatico degno di nota: dalle corrispondenze emerse durante la polemica risulta che i contatti tra i vertici della Fondazione e la commissaria del padiglione russo, Anastasia Karneeva — criticata anche per i suoi legami familiari con i vertici di Rostec, colosso statale della difesa moscovita — erano iniziati già nel giugno 2025, ben prima che la vicenda esplodesse pubblicamente.

Il metro a due velocità che nessuno a Bruxelles vuole discutere

Virkkunen ha motivato la decisione con una frase che meriterebbe una cornice a memoria collettiva: “la cultura in Europa, finanziata con i soldi dei contribuenti, dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici”, valori che “non sono rispettati nella Russia di oggi”. Affermazione difficilmente contestabile nel merito astratto, se non fosse che la stessa Unione europea, nello stesso torno di mesi, ha respinto a maggio la proposta di Spagna, Slovenia e Irlanda di sospendere l’accordo di associazione con Israele — Paese la cui presenza alla Biennale, va detto per completezza, non è mai stata messa in discussione da Bruxelles con lo stesso zelo riservato al padiglione russo.

Nessun pacchetto sanzionatorio è mai stato varato contro Tel Aviv, a differenza dei venti approvati contro Mosca dal 2022, nonostante l’espansione delle colonie in Cisgiordania, l’operazione militare in Libano e gli attacchi contro la Flotilla diretta a Gaza restino temi su cui l’esecutivo comunitario si è finora limitato a dichiarazioni di circostanza — comprese quelle, piuttosto tiepide, sulla legge approvata dalla Knesset che introduce la pena di morte per i detenuti palestinesi condannati per terrorismo. Che la coerenza valoriale evocata da Virkkunen si applichi con tale asimmetria geografica meriterebbe, quantomeno, una spiegazione più articolata di un post su X.

Venezia risponde, la politica locale si accoda

La Fondazione ha reagito con toni piccati, lamentando di aver appreso l’esito della vicenda da un post social a carattere politico anziché da una comunicazione formale dell’organismo tecnico competente, pur ribadendo di aver risposto puntualmente a ogni richiesta di chiarimento nel corso dei tre mesi di procedura. I vertici dell’Esposizione tendono comunque a ridimensionare l’impatto pratico del taglio, considerato un apporto marginale rispetto al co-finanziamento complessivo dei programmi, che proseguiranno regolarmente.

Sul fronte politico locale, il governatore veneto Luca Zaia ha parlato apertamente di “atto di arroganza istituzionale e di ostilità senza precedenti”, mentre il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto al governo di compensare il taglio con fondi nazionali — proposta che, se accolta, trasformerebbe il caso Biennale nell’ennesimo terreno di scontro simbolico tra Roma e Bruxelles, con Venezia relegata al ruolo di vittima collaterale di una guerra culturale i cui criteri di applicazione restano, a dir poco, disomogenei.

 

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Gino di Tacco
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Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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