L’immigrazione non è il problema: è la scusa per non governare il territorio

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Immigrazione: il tema su cui tutti straparlano e nessuno sa nulla. Tra filosofia, storia e Bossi-Fini mai riformata, la vera domanda non è accogliere o rimandare indietro, ma governare il territorio. Senza Stato reale, restano solo periferie, paura e carne da cannone.

L’immigrazione come teatro dell’ignoranza trasversale

In assenza di collettività, di storia, di politica vera, resta sempre un tema di riserva su cui buttarsi: l’immigrazione. Il tema dei temi, quello che fa parlare senza mai davvero dire nulla, che sposta opinioni e voti di pancia ma non la sostanza delle cose. E l’evidenza, al di là delle diverse posizioni in campo, è che quasi nessuno sa realmente di cosa stia parlando. Disagio sociale, accoglienza, ordine pubblico, irregolarità: concetti distinti, spesso indipendenti tra loro, vengono mescolati in un unico calderone indistinto, che genra hype mediatico, sfocia nelle “vannacciate”, ma che non sposta di una virgola l’interpretazione dei fenomeni.

Partiamo dalla filosofia, perché è lì che si annida il primo nodo mal sciolto. Cosa significa “emigrare” in senso alto? Significa, semplicemente, spostarsi. E in coscienza, come si può impedire a un essere umano di farlo? Non si può, strutturalmente. Si può però controllare cosa accade quando qualcuno si sposta, ed è qui che il tema filosofico si salda per la prima volta a quello, molto più concreto, dell’ordine pubblico. La storia conferma questa lettura: regni e Stati sono, letteralmente, figli di migrazioni. Non fenomeni arginabili in assoluto, ma processi regolabili solo in una certa misura, secondo nodo, ancora una volta incrociato con l’ordine pubblico.

Poi c’è l’irregolarità, categoria che l’opinione pubblica tratta come un dato oggettivo e che invece è squisitamente politica. Spostarsi non può essere, di per sé, un crimine. Ma il caso statunitense, con l’amministrazione Trump che ha deportato persone che vivevano, lavoravano e pagavano tasse e contributi da anni, semplicemente rimuovendo lo status che le rendeva “regolari”,  dimostra come anche la regolarità sia un concetto manipolabile a piacimento quando la politica cede alla propria hybris. E qui una precisazione importante: la maggior parte degli stranieri entra in Italia legalmente, via terra o via aria, con visti e documenti in regola, per poi scivolare nell’irregolarità strada facendo, spesso per l’assurdità burocratica delle norme stesse. Chi alimenta il discorso pubblico sull’immigrazione, però, non è questa massa silenziosa e regolare: sono i pochi che vediamo ai margini delle stazioni, nei parchi, nel cosiddetto bivacco urbano.

Ed ecco un altro punto interessante: tra questi non compaiono quasi mai cittadini cinesi, pur numerosissimi e con una regolarità del soggiorno che resta, per larga parte, un mistero statistico. Semplicemente non li vediamo, non ci turbano. A disturbare la percezione collettiva è l’irregolarità visibile, quella africana, minoritaria in termini assoluti rispetto ai flussi regolari, ma sovraesposta mediaticamente, mentre l’irregolarità invisibile, quella dei prosperi imprenditori cinesi del tessile o della ristorazione, non genera alcun allarme sociale.

È difficile non chiamare le cose col proprio nome: c’è del razzismo, conscio e inconscio, in questa selettività percettiva. E va aggiunto che la componente africana irregolare risulta oggi la più esposta anche a causa delle normative italiane ed europee sui visti, che hanno reso l’Africa il continente strutturalmente più penalizzato nell’accesso ai canali regolari.

Il teatrino ventennale e la truffa della remigrazione

Restiamo ancorati ai fatti, che valgono indifferentemente per chi abita a Casalotti o ai Parioli. La legge che regola oggi l’immigrazione in Italia è la Bossi-Fini, varata nel 2002: quasi ventiquattro anni fa, mai realmente riformata nella sua impostazione di fondo. Da allora al Viminale si sono avvicendati nove ministri — Pisanu, Amato, Maroni, Cancellieri, Alfano, Minniti, Salvini, Lamorgese, Piantedosi — con una netta prevalenza di area centrodestra, e con l’unico esponente di area progressista, Minniti, passato alla storia per aver esternalizzato il controllo dei flussi alla Libia, costruendo di fatto una rete di detenzione extragiudiziale finanziata con fondi europei. Il problema resta lì, identico, puntualmente rispolverato a ogni campagna elettorale da chiunque governi.

E oggi arriva puntuale l’ultima invenzione: la remigrazione. Chi ve ne parla vi sta prendendo in giro con una competenza quasi ammirevole. Non esiste come politica praticabile senza accordi bilaterali con decine di Paesi, senza investimenti miliardari, senza una macchina diplomatica e burocratica che nessun governo ha intenzione reale di costruire.

Nella pratica significherebbe organizzare, soggetto per soggetto, voli di Stato con funzionari al seguito, consegne alle autorità dei Paesi d’origine, che devono peraltro accettare, il tutto moltiplicato per centinaia di migliaia di persone.

È uno slogan travestito da politica, pensato apposta per distogliere lo sguardo dal welfare, dal lavoro, dalla cooperazione internazionale: gli unici strumenti che davvero inciderebbero sul fenomeno. Siamo nel Paese con il tasso di criminalità più basso degli ultimi trent’anni, tra le normative più restrittive d’Europa, con un rapporto forze dell’ordine-abitanti tra i più alti del continente. Eppure la percezione di insicurezza cresce, alimentata non dai dati ma dalla vacuità di un dibattito pubblico che, da ventiquattro anni, preferisce recitare la stessa scena piuttosto che risolvere il problema.

Non accoglienza, non remigrazione, ma Stato

La vera alternativa non è tra “accogliere tutti” e “rimandarli indietro tutti”. È tra avere uno Stato che governa il territorio e non averlo. Il problema non è mai stato, in fondo, quante persone arrivano: è cosa lo Stato fa, o non fa, di un territorio che progressivamente smette di presidiare in ogni sua funzione essenziale.

Perché quello che chiamiamo genericamente “problema immigrazione” è, a guardarlo con onestà, il sintomo più visibile di un processo molto più ampio: la trasformazione dell’Italia in un’enorme periferia. Periferia geopolitica di un impero di cui si accettano gli obblighi militari senza contrattarne i benefici. Periferia economica di catene del valore decise altrove, con una classe media sistematicamente erosa da trent’anni di politiche di compressione salariale. Infine periferia del welfare, con interi quadranti del Paese , non solo il Sud, ormai anche cinture metropolitane intere, privi di servizi sanitari raggiungibili, di trasporto pubblico funzionante, di socialità organizzata. È un tema enorme e quasi mai affrontato con i numeri che meriterebbe: centinaia di migliaia di persone escluse dal mercato del lavoro non per pigrizia o mancanza di competenze, ma per l’impossibilità materiale di raggiungere un posto di lavoro, in territori dove l’ultima corsa dell’autobus è sparita insieme all’ultimo ufficio postale e all’ultimo ambulatorio.

Ecco perché la signora di Casalotti che si sente in pericolo non ha torto nella propria paura: ha torto chi le ha svuotato il quartiere di tutto – lavoro, servizi, futuro – lasciandole in mano solo la paura come unica categoria interpretativa disponibile per leggere il mondo. Uno Stato che governasse davvero questi fenomeni non avrebbe bisogno di produrre lo spettacolo trimestrale del nemico esterno, perché sarebbe troppo occupato a ricostruire ciò che ha smantellato: presidi sanitari di prossimità, trasporti che colleghino davvero le periferie al lavoro, presenza fisica delle istituzioni nei quartieri abbandonati.

Ed è qui che si consuma il paradosso più amaro, da manuale orwelliano rovesciato: lo Stato che dovrebbe governare questi processi materiali è l’esatto opposto dello Stato-Grande Fratello che vediamo prendere forma sotto i nostri occhi, quello che scansiona le chat private, moltiplica telecamere e banche dati, ma resta completamente assente quando si tratta di garantire un ambulatorio aperto o un autobus che passi più di una volta al giorno. Non è disattenzione, è una scelta coerente: uno Stato disinteressato a governare materialmente il territorio, ma ossessionato dal controllo digitale dei propri cittadini, non produce sicurezza, produce disagio, atomizzazione, rancore diffuso.

E un popolo impaurito, diviso, privato di servizi e di futuro, è esattamente il materiale umano più disponibile a trasformarsi, alla prima chiamata alle armi, in carne da cannone per le prossime guerre già annunciate nei summit Nato. Forse è proprio questo, più che l’incompetenza o la propaganda elettorale spicciola, il vero disegno che si intravede dietro trent’anni di immobilismo sull’immigrazione: non un errore da correggere, ma una funzione precisa da preservare.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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