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Dopo appena 19 giorni la tregua Usa-Iran crolla: nuovi raid americani, rappresaglie iraniane su basi in Kuwait, Bahrein e Qatar, traffico a Hormuz quasi azzerato. Trump racconta una vittoria diplomatica mentre i dati raccontano un pantano sempre più profondo.
Iran-Usa, round due: la tregua che non c’era mai stata davvero
Diciannove giorni. È durata così poco la pace decantata da Donald Trump come capolavoro diplomatico personale, il memorandum firmato il 17 giugno tra Washington e Teheran. Il 7 e l’8 luglio le forze statunitensi tornano a colpire l’Iran con due ondate consecutive — oltre 80 obiettivi nella prima, circa 90 nella seconda — dopo che tre petroliere in transito nello Stretto di Hormuz, lungo la rotta omanita e non quella iraniana, sono state colpite in circostanze ancora poco chiare. f
Teheran replica quasi immediatamente, colpendo con missili e droni le installazioni statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar e Giordania: un sistema Patriot kuwaitiano, un’antenna satellitare qatariota, depositi di carburante militare in Bahrein. Il traffico commerciale nello Stretto, che nel periodo pre-bellico contava oltre cento navi al giorno, crolla a poco più di venti transiti verificati. Washington, dal canto suo, revoca la deroga sulle vendite petrolifere iraniane concessa appena undici giorni prima. La tregua, insomma, non si è semplicemente incrinata: si è rivelata quello che in fondo era fin dall’inizio, una sospensione tattica costruita su un’ambiguità irrisolta.
L’ambiguità in questione riguarda proprio il cuore del memorandum, e il New York Times la ricostruisce con precisione: il testo impegnava l’Iran ad adottare “tutte le misure possibili” per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali attraverso lo Stretto per un periodo limitato di sessanta giorni. Washington ha letto questa clausola come l’attribuzione agli iraniani della piena responsabilità sulla sicurezza dei traffici.
Teheran l’ha letta, all’opposto, come un riconoscimento implicito del proprio diritto di controllo sullo Stretto. Due interpretazioni diametralmente opposte della stessa frase, firmate dagli stessi negoziatori nello stesso documento: un capolavoro di ambiguità costruttiva che, come nota amaramente il quotidiano statunitense, è precisamente ciò che accade quando due parti scelgono di attenuare le proprie divergenze invece di risolverle davvero.
La narrazione trumpiana e i conti che non tornano
Il modo in cui Trump ha raccontato pubblicamente questa nuova fiammata dice, forse, più della sostanza militare degli eventi stessi. Il presidente ha scelto di presentare la ripresa dei negoziati come un’iniziativa iraniana, “l’Iran ci ha chiesto di proseguire i colloqui”, accompagnata però dalla precisazione che il cessate il fuoco resta comunque terminato, e da minacce esplicite: se costretto a “portare a termine militarmente l’opera avviata”, ha dichiarato, “l’Iran cesserà di esistere”. Una retorica muscolare che stona vistosamente con i dati concreti dell’escalation appena conclusa: la reintroduzione delle sanzioni petrolifere in coincidenza quasi perfetta con l’attacco alle petroliere, il crollo pressoché totale del traffico marittimo nello Stretto, e un rimescolamento diplomatico — mediazione di Qatar e Pakistan, ipotesi di nuovi colloqui in Svizzera prontamente smentita da Teheran — che racconta tutt’altro che una vittoria negoziale in corso.
Difficile non leggervi il tentativo di trasformare in narrazione di forza ciò che assomiglia, nei fatti, a un tentativo affannoso di rientrare in un accordo che non ha mai davvero funzionato.
Netanyahu, il complotto comodo e l’alleato che vorrebbe restare solo in compagnia
Sul fronte israeliano, il quadro si complica ulteriormente. Secondo la Cnn, Netanyahu avrebbe manifestato l’intenzione di partecipare direttamente ai nuovi raid statunitensi contro l’Iran, proposta respinta dall’amministrazione Trump per il timore di perdere il controllo diretto delle operazioni.
Parallelamente, l’intelligence israeliana ha fatto trapelare l’esistenza di un presunto piano iraniano per assassinare lo stesso Trump — una rivelazione che arriva con un tempismo quantomeno sospetto, proprio mentre cresce la tentazione statunitense di defilarsi da un conflitto che si sta rivelando molto più costoso, in termini di credibilità e capacità militare regionale, di quanto inizialmente previsto. Va detto con la dovuta chiarezza cronachistica: tra i Paesi che negli ultimi anni hanno effettivamente eliminato figure apicali avversarie — Qassem Soleimani a Baghdad, i vertici di Hamas e Hezbollah — non figura l’Iran, bensì proprio Stati Uniti e Israele, che di queste operazioni si sono pubblicamente vantati.
Attribuire a Teheran intenzioni omicide, in questo contesto, funziona meno come allarme di sicurezza credibile e più come strumento retorico per tenere Washington agganciata a un conflitto da cui, silenziosamente, sembra sempre più intenzionata a defilarsi, pur senza poterlo ammettere apertamente, pena il crollo definitivo della narrazione di vittoria diplomatica costruita a giugno.

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