La squalifica: vietato contestare da sinistra il campo largo

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In quarantott’ore il campo largo incassa i fischi della sinistra sociale a Napoli e la spaccatura interna sulle parole di Conte sulla Russia. Due episodi diversi, la stessa lezione: l’unità della coalizione conta più del merito delle politiche. Chi contesta non è “degno” di partecipare al banchetto.

Il campo largo si spacca prima ancora di nascere davvero

Sono bastate quarantott’ore affinché la prima uscita pubblica unitaria del campo largo si sia trasformata in un caso di studio su quanto sia fragile l’impianto retorico costruito attorno alla parola “unità”. A Napoli, in piazza del Gesù Nuovo, il palco che avrebbe dovuto certificare la compattezza della coalizione — Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, ospitati da Manfredi e Fico, viene prima contestato dall’esterno, con i fischi dei disoccupati del Movimento 7 Novembre e degli attivisti di Potere al Popolo che accusano l’amministrazione comunale di non aver mai applicato concretamente la delibera sul salario minimo. Poi, il giorno successivo, la coalizione si incrina dall’interno: una frase di Giuseppe Conte sulla “minaccia russa costruita ad arte” per giustificare il riarmo scatena un fuoco di fila di accuse — putinismo, secondo Pina Picierno; dichiarazioni vergognose, secondo Calenda, che costringe lo stesso Conte a una precisazione che, invece di spegnere la polemica, la rilancia.

Due episodi apparentemente distanti, uno dalla piazza e uno dal palco, che raccontano in realtà la stessa storia: quella di un’alleanza incapace di reggere il peso delle proprie contraddizioni non appena qualcuno, da destra o da sinistra, prova a metterle alla prova.

Vale la pena partire dal secondo episodio, perché la sua dinamica interna è particolarmente istruttiva. Ciò che colpisce è la velocità e la compattezza con cui l’intera area moderata esterna coalizione, ma chiaramente di spoinda con vaste aree del partito democratico,  come i Gori e Rosato — si è mobilitata per riportare Conte nei ranghi, mentre il resto della coalizione, a partire da una Elly Schlein rimasta visibilmente silente, sceglieva la strada della prudenza diplomatica piuttosto che quella della difesa esplicita.

L’entrismo che dura il tempo di un comizio

Chi negli ultimi mesi ha teorizzato, con toni quasi entusiastici, la possibilità di un “entrismo partecipativo” — l’idea cioè che ci si possa infilare dentro un’alleanza strutturalmente moderata come il campo largo per correggerla dall’interno, piegandola gradualmente verso posizioni più eque grazie alla forza persuasiva delle proprie argomentazioni — dovrebbe osservare con attenzione quanto accaduto in queste quarantott’ore napoletane. La teoria si è sgretolata nel giro di un singolo comizio: è bastato un accenno di Conte perché scattasse una controffensiva così immediata e compatta da chiarire con brutale evidenza chi stabilisca davvero la linea politica della coalizione, e chi sia invece costretto ad adeguarsi pena l’espulsione simbolica dal perimetro della rispettabilità istituzionale.

Il punto, del resto, non riguarda la sensibilità personale di questo o quel dirigente democratico sulla questione russa, quanto la funzione strutturale che il Partito democratico esercita ormai da decenni all’interno del sistema politico italiano: quella di garante della continuità sovranazionale, custode degli equilibri con Bruxelles, Washington e l’Alleanza atlantica. Non è un difetto correggibile con il ricambio di qualche portavoce scomodo o con l’archiviazione delle correnti più identificate con il renzismo: è il perno stesso attorno a cui l’intero apparato dirigente si è costruito, generazione dopo generazione, includendo persino i suoi esponenti storicamente più vicini alla tradizione socialista.

Il partito che ha sostenuto l’ingegneria di Maastricht, la partecipazione ai teatri bellici occidentali, il fiscal compact e ogni successiva tornata di austerità resta lo stesso partito che oggi si indigna, con improvvisa fermezza atlantista, davanti a una frase di Conte sul riarmo, restando invece piuttosto silenzioso sulle cifre concrete evocate dallo stesso leader pentastellato: cinquecento miliardi di euro di spesa militare da qui al 2035, già sottoscritti dal governo Meloni in sede Nato, che difficilmente troveranno spazio senza intaccare sanità, scuola e welfare.

La piazza che il campo largo preferirebbe non vedere

Se la crepa interna riguarda il rapporto con la Nato e con Mosca, la contestazione arrivata dalla piazza napoletana tocca un nervo altrettanto scoperto, forse ancora più concreto nella vita quotidiana delle persone: quello del modello economico e sociale che il campo largo propone come alternativa alla destra. I fischi di Potere al Popolo e dei disoccupati del Movimento 7 Novembre non nascevano da un capriccio identitario, ma da un elenco piuttosto puntuale di provvedimenti — dal pacchetto Treu al Jobs Act, dai decreti sicurezza al fiscal compact, dalla gestione emergenziale del turismo di massa napoletano alla delibera sul salario minimo mai realmente applicata — che secondo i contestatori ha prodotto proprio le condizioni materiali che poi hanno spianato la strada elettorale alla destra oggi al governo.

È significativo che la reazione dei vertici della coalizione a questa contestazione sia stata sostanzialmente identica, nel tono, a quella riservata poi alle parole di Conte sulla Russia: derubricare, minimizzare, difendere la compattezza a ogni costo, piuttosto che affrontare nel merito la domanda politica sollevata.

Le due vicende, lette insieme, disegnano un ritratto abbastanza nitido della coalizione che si presenta come alternativa progressista al governo Meloni. Da un lato, chi la contesta da sinistra sul terreno sociale ed economico viene trattato come un fastidio da silenziare, quando non apertamente accusato di fare inconsapevolmente il gioco della destra. Dall’altro, chi al suo interno prova anche solo ad accennare una posizione meno allineata sul fronte del riarmo e della postura atlantica viene immediatamente ricondotto all’ordine da un coro trasversale che va dal centro moderato fino a settori dello stesso campo progressista.

In entrambi i casi, il messaggio implicito appare lo stesso: l’unità della coalizione conta più della discussione sul merito delle politiche, e chiunque provi a incrinarla — dal palco o dalla piazza — viene trattato come un problema di ordine pubblico interno, non come un interlocutore legittimo.

Resta, sullo sfondo, la domanda che né i fischi napoletani né la polemica sulla Russia sono riusciti a sciogliere davvero: se un’alleanza costruita attorno alla necessità di battere la destra, più che attorno a un progetto condiviso di trasformazione sociale ed economica, possa davvero rappresentare qualcosa di diverso da un’amministrazione più educata della stessa continuità che l’ha preceduta.

Chi confida ancora nella possibilità di correggerla dall’interno, con pazienza e argomentazioni convincenti, dovrebbe fare i conti con un dato empirico piuttosto solido: nessun apparato di potere consolidato si è mai lasciato ridefinire dalle buone intenzioni di chi vi entra sperando di cambiarlo dal di dentro. Le prime quarantott’ore di vita pubblica del campo largo, tra i fischi di piazza e la sceneggiata Nato, sembrano confermarlo con una tempistica quasi didascalica.

 

 

 

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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