Il caos come culto: Trump, Milei e i sacerdoti del disordine globale

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Da Trump a Milei, da De la Espriella a Keiko Fujimori, un nuovo ego-nazionalismo globale trasforma il caos in liturgia di potere. Come Nerone che incendia Roma per mettersi in scena, questi leader coltivano il disordine come spettacolo, fino ai suoi esiti più estremi e reali.

La religione del disordine globale e i suoi nuovi sacerdoti

Mentre la bara di Ali Khamenei sfilava a Jamkaran, presso Qom, nel luogo dove secondo la tradizione sciita duodecimana scomparve nel nono secolo il dodicesimo Imam, ad Ankara il presidente statunitense annunciava la fine della tregua con Teheran, bollando la leadership iraniana come “feccia”. La coincidenza temporale tra questi due eventi, un funerale carico di significato escatologico da una parte, una dichiarazione di guerra pronunciata quasi con noia dall’altra, racconta meglio di qualunque analisi geopolitica lo squilibrio antropologico che attraversa il presente. Da un lato un mondo che continua a organizzare il proprio tempo attorno al sacro, all’attesa, alla trascendenza. Dall’altro un potere che ha scoperto come il disordine, dosato con precisione, renda più della stabilità stessa.

Trump non è, in questo senso, un semplice cinico opportunista da manuale di scienza politica. È qualcosa di più prossimo, sul piano psicologico, alla figura del Joker cinematografico: non un nemico dell’ordine costituito, ma qualcuno che ha intuito come la confusione – mercati che oscillano, alleati disorientati, avversari costretti a reagire d’istinto – lasci sempre a chi l’ha generata un margine di manovra che tutti gli altri, impegnati a rincorrere, non possiedono più.

Non distrugge le regole perché le disprezza in astratto: le distrugge perché nel caos che ne segue resta l’unico attore capace di muoversi con disinvoltura. È la stessa logica, spogliata di ogni travestimento ideologico, di un Nerone che appicca l’incendio non per odio verso Roma, ma perché dalle macerie fumanti pretende di ricostruire uno spettacolo interamente centrato su di sé, con la città in fiamme a fargli da scenografia e la propria immagine, unica vera divinità superstite, proiettata sulle rovine.

Gli epigoni folkloristici di un culto planetario

Ogni religione politica genera i propri sacerdoti minori, e quella dell’ego-nazionalismo contemporaneo non fa eccezione: personaggi che replicano la liturgia del disordine calcolato adattandola al proprio contesto locale, spesso con un tasso di teatralità che sfiora il grottesco. Javier Milei ha trasformato la motosega, attrezzo agricolo prima ancora che simbolo economico, nell’oggetto di scena di un rito taumaturgico contro lo Stato, brandita nei comizi come reliquia sacra di una fede neoliberista che promette salvezza attraverso l’annientamento. In Colombia, Abelardo de la Espriella, “El Tigre”, penalista milionario diventato presidente con appena 250mila voti di scarto su un elettorato spaccato a metà, ha costruito la propria ascesa su un registro comunicativo aggressivo e muscolare, sostenuto dall’endorsement esplicito di Trump e affiancato, nella galassia ideologica del momento, dagli stessi riferimenti a “mano dura” e sicurezza securitaria che circolano da Buenos Aires a Lima.

Ed è proprio a Lima che il culto trova forse il suo epigono più carico di implicazioni simboliche: Keiko Fujimori, proclamata presidente del Perù dopo un quarto tentativo e uno scarto di appena 49.600 voti, è figlia di Alberto Fujimori, condannato per corruzione, peculato e violazioni dei diritti umani legate ai massacri di Barrios Altos e La Cantuta. Che la figlia di un dittatore condannato per crimini contro l’umanità arrivi al potere attraverso il voto democratico, con la benedizione telefonica di Trump e le felicitazioni di Giorgia Meloni, non è un semplice fatto di cronaca elettorale: è la prova che la memoria storica, in America Latina come altrove, può essere riscritta con la stessa disinvoltura con cui si riscrive un bilancio statale.

Quando lo spettacolo del disordine diventa sterminio

C’è, infine, un livello ulteriore di questa liturgia del caos che smette di essere metafora e diventa cronaca giudiziaria: le accuse documentate da inchieste giornalistiche internazionali e da rapporti delle Nazioni Unite su violenze sessuali sistematiche contro detenuti palestinesi, incluse pratiche di abuso con animali addestrati, respinte con durezza da Israele ma sostenute da fonti multiple e indipendenti. Qui il “bisogno strutturale di caos” smette di essere un dispositivo retorico di dominio mediatico e si traduce in annientamento fisico dell’altro, nella cancellazione di ogni traccia di umanità residua nel nemico designato.

È il punto in cui la religione del disordine, coltivata come strumento di potere personale nei salotti geopolitici di Washington, Buenos Aires, Bogotá e Lima, trova la propria versione più estrema e meno metaforica: non più un incendio simbolico appiccato per costruirsi uno spettacolo, ma un rogo reale, con vittime reali, celebrato come necessità di sicurezza.

Nerone, alla fine, bruciava Roma per ricostruirla a propria immagine. I suoi epigoni contemporanei sembrano aver smarrito persino quell’ambizione: bruciano, semplicemente, perché hanno scoperto che il fuoco, da solo, è già uno spettacolo sufficiente.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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