Da Steve Jobs a Palantir: come la ribellione digitale è diventata il manifesto del nuovo potere

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Dal mito libertario della Rete agli algoritmi che governano società e politica. Il saggio ricostruisce come l’ideologia della Silicon Valley abbia trasformato individualismo, merito e culto dell’imprenditore nel fondamento del nuovo tecno-autoritarismo incarnato dal Manifesto Palantir.

Come si arriva al Manifesto Palantir

C’erano gli anni Novanta e la loro mistica imprenditoriale. La connessione sentimentale tra finanza internazionale ed antagonismo, per eterogenesi dei fini, rilanciò, dopo anni di egemonia culturale marxista, la critica libertaria all’oppressione dello Stato. Un vento americanista si impadronì dell’immaginario per cui il general intellect diffuso nelle reti, nei software e nel lavoro cognitivo, avrebbe scardinato dall’interno la logica capitalista.

Emersero nuove soggettività parlanti pronte a individualizzare la conflittualità sociale per sottolineare un’emarginazione di stampo psicologico. Sottotraccia, così facendo, si accettò il discorso capitalista che ha sempre visto nel fallimento una colpa personale.

Questa nuova resistenza culturale si ridusse quindi in esperienza sub-culturale specificatamente generazionale, dove emerse il cosiddetto ceto medio istruito. La forza dirompente dell’alleanza Sessantanovina tra studenti e operai, che caratterizzò il lungo Sessantotto italiano. si arrese alla logica delle modalità espressive per assecondare esigenze tipicamente esistenziali.

L’antagonismo riprodusse, in termini essenzialmente moralistici, lo sdegno intellettualizzato della cosiddetta società civile, perdendo così qualsiasi riferimento di classe. Gli operai, la collettività, il lavoro e il salario diventarono all’improvviso parte di un lessico considerato ormai conservatore e passatista.

Si diffuse un humus culturale tecno/libertario nel quale lo spirito ribelle, da sprigionare in quel nuovo mito della frontiera rappresentato dalla Rete, si sovrapponeva all’ardore del sogno imprenditoriale e della scintilla creativa. L’esistenza di ognuno acquisiva pregio nel momento in cui il proprio capitale sociale e relazionale si dimostrava efficace nell’abbattere la ghettizzazione soggettiva delle grandi metropoli.

L’epica della sfida personale tinteggiava i murales cittadini e argomentava le conversazioni ispirate a un nuovo buon senso comune dove l’identificazione tra soggetto, impresa e tecnologia faceva tutt’uno con un inesorabile futuro di progresso.

Allontanare quindi i governi da Internet diventò la parola d’ordine dell’antagonismo piratesco che sognava un’altra globalizzazione. Un obiettivo accolto con convinzione anche dai capitalisti digitali appena fuoriusciti dai loro garage dei primordi e approdati ai miliardi di dollari generati da avveniristiche start-up. L’ideale della Rete tutta libera determinò l’effusione di una mentalità iperproduttiva che scorgeva nell’azione pubblica un rallentamento dell’operatività privata.

Lo spirito della Silicon Valley si dimostrò orgogliosamente progressista e giovanilistico quando le t-shirt dei nuovi tycoon ordinavano la struttura di una efficace economia dei comportamenti. Il lavoro ventiquattro su ventiquattro, sette giorni su sette, perse la qualifica di sfruttamento per trasformarsi in un investimento su sé stessi. Si agognavano crescita esponenziale; supremazia dell’automazione sull’intelletto; spinta ad avanzare sempre e comunque cancellando, quando possibile, ciò che esiste e dispotismo algoritmico. Steve Jobs diventò un’icona di sinistra.

Le start-up miravano a occuparsi direttamente dell’umanità e dei problemi sociali seguendo alla lettera la logica dell’investimento privato. Futuro, ottimismo, trasformazione e vittoria componevano la sintassi dell’ecovillaggio globale. L’Occidente era il punto di riferimento per una rinnovata civilizzazione da esportare capillarmente in ogni angolo del mondo, soprattutto in quei luoghi dove ancora spadroneggiava un certo primitivismo ideologico. Questo tecno-entusiasmo si manifestava nel soft power persuasivo e connotava il proprio totalitarismo nella costruzione dell’uomo/impresa che non aveva più bisogno di alcuna intermediazione sociale e collettiva.

Senza questo substrato intellettuale il tecno-autoritarismo enunciato nel Manifesto di Palantir non avrebbe mai potuto essere preso sul serio. Da quel soft power, buono per tempi di fervore ideologico, si è passati a un hard power, più consono all’era della disillusione capitalista. Ma, sostanzialmente, quel manifesto ribadisce concetti un tempo solo sussurrati alle masse e accolti come inevitabile destino: la compenetrazione tra individualismo, merito e sogno americano; il diritto degli investitori a governare il mondo senza alcuna intermediazione politica; la serietà pubblica dei ricchi; la supremazia della cultura occidentale votata al progresso contro tutte le altre culture, considerate regressive.

Permane l’idea di superiorità antropologica dell’imprenditore, il vero Creatore nella realtà postmoderna. “Siate affamati, siate folli”, il mantra ecumenico di Steve Jobs, è ancora il piedistallo ideologico del tecno-autoritarismo contemporaneo. Lo stesso che qualche anno fa misurava l’espansione egemonica del tecno-progressismo giovanilista.

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Ferdinando Pastore
Ferdinando Pastore
"Membro dell'esecutivo nazionale di Risorgimento Socialista, ha pubblicato numerosi articoli di attualità politica incentrati sulla critica alla globalizzazione dei mercati e sui meccanism di funzionamento dell'Unione Europea. Redattore dell'Interfenreza e editorialista de Il Lavoro"

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