Gianmaria Volontè o della fenomenologia dell’attore specchio

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Gian Maria Volontè resta l’attore italiano che più ha vivisezionato il potere sullo schermo senza mai riceverne riconoscimenti istituzionali in vita. Metodo maniacale, radicalità politica e una scomparsa scelta come ultimo atto di coerenza.

Volontè, l’attore che smascherava il potere

Il 6 dicembre 1994 Gian Maria Volonté muore ad Atene, sul set de “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Angelopoulos, pochi giorni dopo aver dichiarato che quel film sarebbe stato il suo ultimo lavoro in Italia — non per esaurimento creativo, ma per il rifiuto esplicito di continuare a condividere, anche solo con la propria presenza fisica sul territorio nazionale, ciò che il Paese stava diventando.

È un finale coerente con l’intera parabola dell’uomo: Volontè non recitava la libertà di coscienza sullo schermo, la esercitava concretamente anche fuori dal set, fino all’estremo di scegliere il silenzio definitivo come atto politico. Il regista svedese Erland Josephson dovette completare il film al posto suo. Oltre trent’anni dopo la sua scomparsa, vale la pena chiedersi perché un attore di questa statura resti, nell’immaginario pubblico italiano, molto meno celebrato di colleghi che — con tutto il rispetto per le rispettive carriere — hanno semplicemente giocato in un campionato diverso.

Perché di questo si tratta, in fondo: di un campionato diverso. Volontè non interpretava i ruoli, li vivisezionava, li abitava con una metodologia che la figlia Giovanna descrisse senza mezzi termini paragonandola a un vampirismo interiore — un ingresso quasi predatorio nella psiche del personaggio, non una semplice tecnica recitativa da manuale. Questa ossessione per la verità psicologica e sociale del ruolo gli ha permesso di trasformarsi, film dopo film, in una sorta di sismografo antropologico della patologia del potere italiano: il commissario senza nome di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, incarnazione perfetta dell’arroganza istituzionale convinta di collocarsi al di sopra della legge che dovrebbe applicare; i notabili democristiani grotteschi e mefistofelici di “Todo Modo“, sempre firmato Petri, ritratto al vetriolo di un potere politico marcio fin nelle fondamenta morali.

L’operaio, il filosofo e il metodo che rifiutava il divismo

Sul fronte opposto della sua filmografia, Volontè ha saputo restituire con altrettanta intensità la voce di chi il potere lo subisce, non lo esercita. In “La classe operaia va in paradiso” il suo Lulù Massa diventa l’emblema fisico e psicologico dell’alienazione da catena di montaggio, un uomo che finisce per confondere se stesso con il ritmo meccanico della macchina che aziona per otto ore al giorno.

In “Cristo si è fermato a Eboli” di Francesco Rosi presta corpo e voce a Carlo Levi, mediando con empatia silenziosa il mondo dimenticato del Sud contadino. E in “Giordano Bruno” di Giuliano Montaldo diventa il simbolo del libero pensiero contro ogni dogmatismo, in un’epoca — gli anni Settanta italiani — in cui questo tipo di ribellione intellettuale non era affatto un esercizio retorico da salotto.

Ciò che rendeva possibile questa gamma espressiva così ampia era un metodo di lavoro quasi scientifico, agli antipodi del divismo classico: fu proprio questa capacità mimetica estrema, lo studio maniacale di voce, postura, movimenti, a impedire a Volontè di diventare un divo popolare in senso tradizionale. Il pubblico, semplicemente, faticava a riconoscere lo stesso attore da un ruolo all’altro, perché lui stesso si costringeva a scomparire dentro il personaggio. Sergio Leone, significativamente, scelse Eli Wallach per il ruolo di Tuco ne “Il buono, il brutto, il cattivo” anche perché temeva che Volontè avrebbe trasformato il personaggio in un nevrotico irrisolto: un aneddoto che, più di ogni recensione, racconta quanto fosse temuta — e rispettata — la sua radicalità interpretativa persino dai grandi maestri del cinema italiano.

Verso una fenomenologia dell’attore-specchio

Parlare di “fenomenologia” a proposito di Volontè non è un vezzo accademico, ma la descrizione più precisa del suo metodo. Husserl chiedeva di sospendere i pregiudizi per cogliere la cosa stessa nella sua essenza: Volontè applicava, forse inconsapevolmente, lo stesso procedimento ai suoi personaggi, azzerando ogni residuo di sé per lasciare che fosse il ruolo a manifestarsi nella sua verità sociale e politica. Non recitava un commissario di polizia: faceva apparire, attraverso il proprio corpo, l’essenza stessa dell’autoritarismo istituzionale, i suoi tic, le sue paranoie, la sua convinzione di stare al di sopra della legge. Non interpretava un operaio alienato: mostrava, nella postura e nella voce, il meccanismo stesso attraverso cui la catena di montaggio colonizza la coscienza di chi la subisce ogni giorno.

In questo senso Volontè funziona come un fenomeno nel senso più tecnico del termine: qualcosa che si dà a vedere, che si manifesta attraverso l’apparenza sensibile, ma che rimanda sempre a una struttura più profonda — il potere, l’ideologia, l’alienazione — irriducibile alla semplice superficie scenica. Ogni suo personaggio è insieme individuo e categoria, persona e sintomo storico. È questa doppia natura, tra concretezza biografica e astrazione sociologica, a rendere la sua filmografia un caso più unico che raro di pensiero critico incarnato nell’immagine cinematografica.

Snobbare e essere snobbati

Resta, infine, un dato che merita di essere segnalato senza troppi giri di parole diplomatiche: contrariamente a colleghi come Lino Banfi, Bud Spencer, Franco Nero o Roberto Benigni, tutti insigniti di onorificenze statali italiane, Gian Maria Volontè non ha mai ricevuto alcun riconoscimento ufficiale dalle istituzioni del proprio Paese. Il Leone d’Oro alla carriera veneziano del 1991 resta, in questo senso, l’unico vero attestato di grandezza arrivato prima della morte — non a caso da un festival, non da un ministero.

Difficile non leggervi un’ironia beffarda: l’attore che ha smontato pubblicamente, ruolo dopo ruolo, l’ipocrisia e la vanità del potere istituzionale italiano è stato, a sua volta, ignorato da quello stesso potere fino all’ultimo. Dietro la maschera pubblica di uomo scontroso, monosillabico, “respingente come un muro” secondo la definizione di Maurizio Costanzo, restava comunque un uomo capace di cantare arie d’opera a squarciagola quando era di buon umore, di organizzare scherzi, di confessare pubblicamente la propria depressione senza mai smettere di cercare, come disse lui stesso, un terreno inesplorato dove la speranza potesse ancora rinascere.

 

 

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Alex Marquez
Corsivista, umorista instabile.

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