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Il nuovo attacco Usa all’Iran durante i funerali di Khamenei non risponde a logica militare, ma a un caos calcolato in stile Joker, un Nerone che brucia Roma per restare al centro della scena. Un caos che, superata una soglia, rischia di rivoltarsi contro chi lo governa.
Il caos di Trump come strategia di potere
Il nuovo attacco statunitense contro l’Iran non regge a un esame razionale delle sue giustificazioni ufficiali. Washington accusa Teheran di aver violato il memorandum d’intesa concordato nelle settimane precedenti, ma lo fa lanciando l’offensiva proprio nel mezzo dei lunghi funerali della Guida Suprema Khamenei, cioè nel momento più delicato e simbolicamente carico per l’intero establishment sciita, quello in cui la tregua avrebbe dovuto essere più solida, non più fragile. Cercare una spiegazione puramente militare in questa tempistica significa condannarsi a non capire nulla.
Sotto la superficie geopolitica si intravede qualcosa di più inquietante di un semplice calcolo strategico: un bisogno strutturale di caos, non subito ma prodotto, coltivato come strumento di governo. È una logica che il cinema contemporaneo ha saputo fotografare meglio di molta trattatistica politica, nella figura del Joker: non un nemico dell’ordine costituito, ma qualcuno che ha capito come il disordine, se orchestrato al momento giusto, sia più redditizio della stabilità stessa.
Trump non distrugge le regole perché le disprezza in astratto: le distrugge perché nella confusione che ne segue — mercati che oscillano, alleati disorientati, avversari costretti a reagire d’istinto — lui resta l’unico attore capace di muoversi con disinvoltura, mentre tutti gli altri rincorrono. Non è nichilismo puro: è un caos calcolato, messo al servizio del potere personale, con una precisione cinica nel dosarlo. È la stessa logica, spogliata di ogni travestimento ideologico, di un Nerone che appicca l’incendio non per odio verso Roma, ma perché dalle macerie fumanti pretende di ricostruire uno spettacolo tutto centrato su di sé, con la città che brucia a fargli da scenografia e la propria immagine, unica vera divinità superstite, proiettata sulle rovine.
Il capitalismo che non tollera confini
Il capitalismo, in questa lettura, è precisamente l’ideologia che detesta più di ogni altra cosa l’esistenza di un limite. L’unica forma di sacralità che tollera, anzi che promuove attivamente, è quella riservata alle proprie istituzioni: le banche, le multinazionali, i mercati finanziari il cui andamento i politici occidentali ascoltano ormai con la stessa deferenza riservata un tempo agli oracoli, come se fosse una parola sacra e indiscutibile. Ma ovunque altrove, la logica del capitale si oppone sistematicamente a qualunque forma di confine: tutto può essere comprato, tutto può essere venduto, persino la vita umana. E dove sopravvive ancora una traccia di ordine, la regola della domanda e dell’offerta smette semplicemente di funzionare — motivo sufficiente, in questa logica, per doverla eliminare.
Non si tratta di sostenere che Trump abbia bombardato l’Iran deliberatamente per profanare un lutto religioso: sarebbe una lettura riduttiva. Ma quella componente, per quanto secondaria, esiste comunque, ed è coerente con un pattern più ampio che va oltre la razionalità militare stretta. Anche l’azione di Israele a Gaza, del resto, non sembra rispondere a una logica di mera efficacia bellica.
Secondo l’inchiesta pubblicata dal Premio Pulitzer Nicholas Kristof sul New York Times a maggio 2026, testimonianze raccolte da detenuti palestinesi — inclusi minori arrestati per aver lanciato pietre — descrivono abusi sessuali sistematici nelle carceri israeliane, inclusi episodi di violenza con animali addestrati; un quadro sostenuto anche da un rapporto Onu del marzo 2025 sull’uso “sistematico” di violenza sessuale e di genere. Il governo israeliano respinge con durezza queste accuse: Netanyahu ha annunciato un’azione legale per diffamazione contro il New York Times, parlando di “calunnia del sangue”. Resta il fatto che un livello di violenza così estremo, quale che sia il suo esatto perimetro fattuale, non risponde più a un’esigenza militare: risponde a qualcos’altro.
Quando distruggere il nemico non basta più
Il punto è che, in questa dinamica, non sembra più sufficiente distruggere l’avversario. Non basta nemmeno umiliarlo. Occorre, semmai, cancellare ogni traccia residua di ordine e legittimità che ne giustifichi l’esistenza come soggetto umano: sradicare ogni elemento che impedisca di ridurlo a mera cosa, a oggetto totalmente disponibile, privo di qualunque forma di dignità irriducibile al calcolo.
Questa stessa logica, a ben guardare, non è affatto estranea a quanto emerge dai cosiddetti file Epstein, in cui compaiono — tra i molti nomi legati al finanziere pedofilo morto in circostanze mai del tutto chiarite — anche quelli di Donald Trump e dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Anche in quel contesto si manifesta una volontà di potenza che abbatte sistematicamente ogni limite, che viola ogni forma di vincolo etico residuo: la torsione nichilistica non riguarda soltanto la sfera politica, ma si estende fino alla logica più intima del desiderio umano.
Il potere che confonde la forza con la strategia
Le ragioni materiali di queste guerre, va detto con chiarezza, restano determinanti: nessuna lettura filosofica può sostituirle. Ma c’è una differenza precisa tra avere la capacità di colpire e sapere cosa fare del colpo inferto. È esattamente questa distinzione che Washington sembra aver smarrito nell’attuale fase iraniana. Gli Stati Uniti dispongono ancora, senza dubbio, di una potenza militare capace di imporsi su qualunque scenario tattico immediato: superiorità aerea, arsenali sofisticati, capacità di proiezione pressoché ovunque. Ma la potenza bruta, priva di un disegno politico coerente a valle, produce solo escalation fine a se stessa, non risultati strategici duraturi. È il paradosso di un impero che sa ancora colpire con precisione, ma non sa più bene indicare dove voglia arrivare colpendo.
Il vero rischio geopolitico, in questo scenario, non è tanto la singola azione militare quanto la sua ripetibilità infinita: ogni nuovo attacco richiede una risposta ancora più muscolare per mantenere credibile la deterrenza, in una spirale che consuma risorse, credibilità diplomatica e margine di manovra futuro.
L’Iran, dal canto suo, non ha bisogno di vincere militarmente: gli basta dimostrare, ogni volta, di poter sopravvivere al colpo e restituirlo, trasformando ogni escalation americana nella prova vivente dei limiti reali della potenza che la genera.
La lezione che il caos non perdona
Il problema di chi governa attraverso il caos è che non è uno strumento fedele: non risponde sempre a chi crede di controllarlo. Funziona finché resta calibrato, finché ogni fiammata serve a distrarre, a disorientare, a ricompattare il consenso attorno a chi promette ordine dopo averlo lui stesso negato. Ma superata una certa soglia, la confusione smette di essere una leva e diventa una forza autonoma, capace di travolgere anche chi l’ha generata. Nerone, in fondo, non sopravvisse a lungo al proprio incendio: la stessa incapacità di riconoscere un limite che gli permise di incendiare Roma fu ciò che, di lì a poco, gli si rivoltò contro, lasciandolo solo, circondato da un potere che non lo riconosceva più come garante di nulla.
Ogni nuova escalation, ogni provocazione calcolata per restare al centro della scena, consuma un pezzo di credibilità e di controllo che poi non è detto si possa recuperare a comando. Il Medio Oriente, la Fed, gli alleati storici, i mercati stessi: sono tutti sistemi che possono tollerare shock ripetuti solo fino a un certo punto, oltre il quale reagiscono non più secondo la sceneggiatura di chi li ha innescati, ma secondo logiche proprie, spesso più imprevedibili e più pericolose di quanto chi gioca con il fuoco.

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