Campo largo, a Napoli una parte della piazza contesta chi dovrebbe rappresentarla

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A Napoli il primo comizio unitario del campo largo viene contestato da disoccupati e Potere al Popolo, che accusano Manfredi di non aver mai applicato il salario minimo comunale. Dietro i fischi, un nodo politico irrisolto: welfare promesso e vincoli di bilancio mai messi in discussione.

A Napoli il campo largo incontra la piazza che non voleva ascoltarlo

Alexandro Sabetti & Gabriele Busti

Piazza del Gesù Nuovo, sera dell’8 luglio 2026: prende il via “Al lavoro per cambiare l’Italia“, primo appuntamento unitario della coalizione progressista, il cosiddetto “campo largo” in vista delle politiche del 2027, con sul palco Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ospitati dal sindaco Gaetano Manfredi e dal presidente della Regione Campania Roberto Fico.

La serata si complica prima ancora di cominciare: un gruppo di disoccupati del Movimento 7 Novembre, che rappresenta 1.200 tirocinanti sospesi dal progetto Gol, tenta di occupare il palco chiedendo un confronto diretto, respinto dalle forze dell’ordine ma poi ottenuto a margine con Conte e Fico. Subito dopo, una ventina di attivisti di Potere al Popolo, guidati dal portavoce nazionale Giuliano Granato, si posizionano sotto il palco e interrompono per circa venti minuti gli interventi al grido di “buffoni, venduti, traditori”, contestando in particolare la delibera sul salario minimo che Manfredi avrebbe approvato due anni fa senza mai applicarla concretamente, lasciando i lavoratori degli appalti comunali a paghe di 7-8 euro l’ora.

Conte prova la via del dialogo diretto, Fratoianni scende in mezzo alla piazza, ma la tensione con i militanti di Pd e M5S si materializza in qualche spintone prima che gli attivisti vengano allontanati tra cori di “fascisti” e “Bella ciao”. Arriva, puntuale, la solidarietà di Giorgia Meloni ai leader contestati, mentre Bonelli liquida l’episodio come un favore involontario fatto “ai fascisti”.

La toppa del salario minimo su uno strappo strutturale

L’episodio napoletano meriterebbe di essere letto oltre la cronaca dei fischi e degli spintoni, perché mette a nudo un cortocircuito che il campo largo fatica a riconoscere. Ovvero che il modello amministrativo di Manfredi, la stessa città eletta a laboratorio nazionale per una futura maggioranza di governo, non sia riuscito a tradurre in busta paga una delibera già approvata da due anni, mentre la turistificazione selvaggia del centro storico continua a marciare a ritmi ben più sostenuti, non è un dettaglio da archiviare come incidente comunicativo. È la prova plastica che una misura di salario minimo, per quanto necessaria, resta strutturalmente subalterna rispetto a un modello economico costruito sulla contrattualizzazione precaria e sulla rendita immobiliare urbana: un cerotto, per quanto ben intenzionato, che non tocca l’osso rotto sottostante.

Il paradosso politico più stridente riguarda proprio la sintesi che il campo largo prova a offrire di sé: coalizione che si presenta simultaneamente come casa dei lavoratori e degli “imprenditori”, categoria semantica che negli ultimi trent’anni è stata sistematicamente svuotata di significato fino a includere in un solo calderone il grande gruppo finanziario internazionale e il piccolo titolare di partita Iva che si barcamena tra burocrazia e margini risicati.

Tenere insieme queste due platee non è impossibile in astratto, ma richiede una distinzione che il centrosinistra italiano ha smesso da tempo di praticare: separare chi genera profitto operando sull’economia reale da chi vive di rendita finanziaria, tutelare il primo con decontribuzioni e credito agevolato, e imporre invece al secondo una redistribuzione vera, non simbolica.

Trent’anni di continuità che il salario minimo non cancella

La traiettoria che ha condotto fin qui non nasce ieri, e va ricostruita con onestà storica anche quando risulta scomoda per chi oggi si presenta come alternativa. L’architettura di vincoli fiscali e salariali che oggi limita ogni intervento pubblico affonda le radici nell’ingegneria di Maastricht, viene rafforzata dalle politiche di rigore di Ciampi, Prodi e Andreatta, trova nella riforma Treu la sua traduzione sul mercato del lavoro, prosegue con Tremonti, si consolida dopo la crisi dei subprime nel biennio Monti e nella sua appendice renziana, viene rivista da Draghi e infine ereditata, senza sostanziali discontinuità, dall’attuale esecutivo Meloni.

In questa continuità quasi ininterrotta, il salario minimo rischia di funzionare come misura simbolica più che strutturale: utile, ma insufficiente a invertire una dinamica salariale che negli ultimi due decenni ha visto l’Italia scivolare agli ultimi posti in Europa per crescita delle retribuzioni reali.

Resta aperta, infine, la domanda più scomoda per chi si propone come alternativa credibile alla destra: quella sulla sovranità reale delle scelte economiche nazionali. Mentre a Napoli si discuteva di salario minimo e giustizia sociale, dal vertice Nato di Ankara arrivava l’ennesimo pacchetto di impegni sul riarmo condiviso — questa volta con il tacito assenso anche delle forze che compongono lo stesso campo largo. Difficile, in questo quadro, distinguere con nettezza chi promette welfare espansivo e chi, contestualmente, sottoscrive vincoli di bilancio pensati altrove. La contestazione di Potere al Popolo, per quanto rumorosa e tatticamente discutibile nella forma, ha comunque avuto il merito di riportare al centro della discussione un nodo che la coalizione progressista preferirebbe tenere sullo sfondo: quanto, concretamente, un centrosinistra ancora fedele ai vincoli sovranazionali possa davvero incidere sulla condizione materiale di chi lavora, oltre lo slogan elettorale.

 

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