Bocciato ma approvato: il paradosso del Chat Control europeo

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Il Parlamento Ue proroga il Chat Control nonostante la maggioranza dei voti contrari, grazie a una soglia procedurale più alta in seconda lettura. Sicurezza dei minori come pretesto per un’infrastruttura di sorveglianza di massa su 450 milioni di cittadini europei.

Chat Control, quando la procedura batte il voto

Il 9 luglio 2026 il Parlamento europeo ha votato sulla proroga del Chat Control, la deroga che consente alle piattaforme digitali di scansionare volontariamente le comunicazioni private alla ricerca di materiale pedopornografico. La prima proposta di respingimento ha ottenuto 314 voti favorevoli, 276 contrari, 17 astensioni: una maggioranza semplice, ma insufficiente, perché in seconda lettura serve la maggioranza assoluta di 360 voti su 720. Una seconda proposta di rigetto totale ha raccolto 276 sì, 286 no e 30 astensioni: anch’essa sotto soglia. Il testo, emendato con l’esclusione delle comunicazioni cifrate end-to-end, passa quindi al Consiglio, che ha tre mesi per approvarlo o avviare la conciliazione.

Il trucco procedurale che trasforma una bocciatura in un successo

Provate a spiegare a chiunque non mastichi il regolamento interno di Strasburgo come sia possibile che un testo respinto da 314 eurodeputati contro 276 finisca comunque per proseguire il proprio cammino legislativo. La spiegazione tecnica esiste, ed è persino corretta sul piano formale: l’articolo 294 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea prevede che, in seconda lettura, il Parlamento debba raggiungere la maggioranza assoluta dei membri in carica — 360 voti — per respingere o modificare la posizione del Consiglio, non la semplice maggioranza dei presenti. Nessuna regola è stata cambiata in corsa, nessun trattato è stato violato, e la presidente Roberta Metsola non ha personalmente riscritto il regolamento durante la seduta. Fin qui, la cronaca giudiziaria dei fatti.

Ma la cronaca politica racconta tutt’altro. Perché quella soglia elevata diventa uno strumento di paralisi solo quando qualcuno decide, con tempistica tutt’altro che casuale, di far ripartire la procedura proprio nel momento in cui è più difficile raggiungerla: Metsola riapre il dossier a fine giugno, il Consiglio lo rispedisce indietro proprio all’ultimo giorno di lavori prima della pausa estiva, quando l’emiciclo è notoriamente semivuoto e ogni assenza pesa il doppio.

Un testo già bocciato due volte dall’Aula viene riproposto una terza volta, cambiando semplicemente le regole del gioco attraverso cui misurare il consenso. Non è un colpo di stato istituzionale, ma è, con altrettanta evidenza, un esercizio di ingegneria procedurale pensato per ottenere con l’attrito burocratico ciò che non si riesce a ottenere con il consenso democratico diretto.

Sicurezza dei minori come grimaldello per la sorveglianza permanente

Nessuno, nemmeno tra i critici più severi del provvedimento, mette in discussione l’obiettivo dichiarato: contrastare la diffusione di materiale di abuso sessuale su minori è un fine su cui converge l’intero arco politico europeo. Il problema, semmai, riguarda lo strumento scelto e la sua reale efficacia: le stime della polizia federale svizzera indicano che circa l’80% delle segnalazioni automatiche generate da questi sistemi di scansione non riguarda contenuti effettivamente illegali, un tasso di falsi positivi che rischia di sommergere le forze dell’ordine di lavoro inutile mentre i predatori più sofisticati, quelli che operano sul dark web con strumenti di anonimizzazione avanzati, restano sostanzialmente fuori portata.

È la stessa dinamica, ormai riconoscibile, con cui negli ultimi anni si è costruita in Europa un’infrastruttura di sorveglianza sempre più pervasiva: prima la tracciabilità finanziaria, poi i dati dei viaggiatori aerei, ora la corrispondenza privata digitale — ognuna presentata come misura emergenziale e temporanea, ognuna destinata a normalizzarsi silenziosamente nel tempo.

L’emendamento che esclude le comunicazioni protette da crittografia end-to-end, salutato da alcuni come una vittoria parziale, meriterebbe di essere letto con lo stesso scetticismo riservato al resto dell’operazione: è una clausola strutturalmente incoerente con la logica stessa della scansione di massa, e proprio per questo rischia di essere la prima a saltare quando il dossier tornerà sul tavolo del Consiglio, dove pesano soprattutto i ministeri dell’Interno, tradizionalmente poco sensibili alle sottigliezze sulla privacy digitale.

Nel frattempo, l’orizzonte più ambizioso — il cosiddetto Chat Control 2.0, con la sua verifica obbligatoria dell’età che metterebbe fine all’anonimato online per giornalisti, informatori e dissidenti — resta la vera partita che si giocherà da settembre in poi. La domanda che nessuno, a Strasburgo, sembra disposto a porsi con la dovuta serietà è se un continente che si professa culla della privacy digitale possa davvero continuare a costruire, un compromesso alla volta, l’infrastruttura tecnica per sorvegliare integralmente le comunicazioni di 450 milioni di cittadini, con la scusa — sempre la stessa, sempre efficace — di proteggere chi non può proteggersi da solo.

 

 

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