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Le parole di Conte sulla “minaccia russa costruita” spaccano il campo largo e scatenano la reazione dei riformisti Pd. Dietro la polemica, un nodo più ampio: riarmo come riconversione industriale e subordinazione europea agli interessi Usa, mentre il welfare resta sacrificabile.
Il PD si scandalizza per Conte, ma il vero problema è chi comanda davvero l’agenda
Bastano poche parole pronunciate dal palco di Napoli, “stanno costruendo una minaccia russa per convincerci ad armarci fino ai denti“, perché l’ala riformista del Partito democratico si trasformi in un plotone d’esecuzione mediatico contro Giuseppe Conte. Giorgio Gori parla di scempio, Carlo Calenda chiede pubblicamente a Elly Schlein quanto ancora intenda tacere, Pina Picierno rispolvera l’accusa di putinismo appena uscita dal partito.
La segretaria dem, dal canto suo, sceglie la strategia del silenzio imbarazzato, mentre a intervenire in difesa di Conte arrivano soprattutto Bonelli e Fratoianni, con Goffredo Bettini che liquida l’intera vicenda osservando come la Russia non abbia oggettivamente la forza militare per aprire un fronte contro l’Europa. Va detto, per onestà di cronaca, che la citazione usata da Conte per sostenere la propria tesi — attribuita al comandante Nato Alexus Grynkewich — non era del tutto fedele all’originale: il generale americano parlava di vantaggi asimmetrici e assenza di ricerca attiva del conflitto da parte di Mosca, non di inesistenza totale della minaccia. Un’imprecisione che meriterebbe correzione, ma che non cancella la sostanza politica della polemica esplosa.
Perché il nodo reale, dietro l’imprecisione citazionista, resta quello che né Gori né il PD più in generale sembrano disposti ad affrontare: da mesi il dibattito europeo sul riarmo si costruisce attorno a una minaccia russa presentata come imminente e certa, mentre gli stessi apparati di intelligence occidentali, quando interpellati con onestà tecnica, restituiscono un quadro assai più sfumato. Che la fuoriuscita di figure come Pina Picierno e Marianna Madia non abbia affatto chiarito la linea del Pd, semmai l’abbia resa più nitida nel senso opposto a quello sperato dai riformisti rimasti, lo conferma proprio la sequenza di questi giorni: un partito che si indigna per il fatto stesso che qualcuno, dentro la propria coalizione, osi mettere in discussione la premessa su cui si fonda l’intera architettura di spesa militare europea.
La riconversione industriale che si chiama riarmo
Il problema del Partito democratico non riguarda tanto una singola presa di posizione quanto una mistificazione ideologica di fondo: quella secondo cui l’interesse nazionale italiano coinciderebbe automaticamente con gli interessi di NATO e Unione Europea, anche quando quest’ultima appare sempre più disorientata sul proprio ruolo geopolitico. È un’ideologia presente, in forme diverse, anche in altri contesti europei, ma che in Italia ha assunto lo status di dogma pressoché indiscutibile: metterla in discussione equivale, nella percezione di certi ambienti, a una squalifica politica pressoché automatica.
Vale la pena ricostruire la sequenza logica che porta a questa impasse. Gli Stati Uniti, dopo aver ottenuto ciò che serviva loro dalla guerra in Ucraina, ne scaricano progressivamente gli oneri economici e militari sull’Europa, pretendendo che gli alleati acquistino armamenti americani da destinare a Kiev, con scarsissimo riguardo per la tenuta dei sistemi di welfare nazionali — non a caso Trump, quando evoca il “pericolo comunista”, sembra riferirsi più alla sopravvivenza residua dello Stato sociale europeo che a una minaccia ideologica concreta. Contemporaneamente, la guerra in Ucraina e quella in Iran stanno mettendo sotto pressione un’economia europea già fragile, alle prese con i costi di produzione crescenti e con la concorrenza sempre più aggressiva dell’industria cinese, capace di erodere quote di mercato persino nel comparto automobilistico tedesco.
La riconversione industriale verso il riarmo appare dunque come la soluzione più immediata offerta dai governi europei: passare dalle catene di montaggio delle auto a quelle dei cannoni. Ma per giustificare politicamente questa trasformazione serve un nemico riconoscibile, ed ecco spiegata la funzione retorica assegnata alla “minaccia putiniana”.
Quando i moderati del Pd si scandalizzano per le parole di Conte, in fondo, non stanno difendendo un principio astratto di realismo geopolitico: stanno difendendo un equilibrio di interessi internazionali in cui l’Unione Europea resta sostanzialmente subordinata a Washington. Un partito che aspira a guidare il Paese come alternativa credibile a Giorgia Meloni dovrebbe forse cominciare da qui: non dall’indignazione performativa contro chi solleva domande scomode, ma da un confronto onesto con una realtà economica e sociale che, nel frattempo, continua a peggiorare per chi un salario lo aspetta, non lo promette in campagna elettorale.

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