Le basi Usa colpite dall’Iran: il Pentagono nasconde i danni, i satelliti no

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Un’inchiesta del Wall Street Journal rivela danni per miliardi di dollari alle basi Usa in Medio Oriente colpite dall’Iran tra febbraio e giugno 2026. Il Pentagono valuta ora di spostare le installazioni militari verso Israele, dopo aver ignorato per anni gli avvertimenti sulla loro vulnerabilità.

Il conto salato che il Pentagono ha provato a nascondere sotto il tappeto

Quattrocento milioni di dollari. È la stima del Wall Street Journal per la sola ricostruzione della Naval Support Activity in Bahrein, sede storica della Quinta Flotta statunitense dal 1971, devastata dagli attacchi missilistici e con droni lanciati dall’Iran tra febbraio e giugno 2026.

Un’inchiesta condotta incrociando immagini satellitari, video sui social e testimonianze di militari in servizio e in congedo ha smontato pezzo per pezzo la versione ufficiale finora sostenuta dal Pentagono, che parlava di “nessun impatto significativo sulle operazioni”. La realtà fotografata dal quotidiano statunitense racconta tutt’altro: quartier generale del comando colpito duramente, almeno una dozzina di edifici distrutti o gravemente danneggiati, due terminali di comunicazione satellitare fuori uso. Il quartier generale della Quinta Flotta, costato originariamente 200 milioni di dollari a costruire, è stato tra gli obiettivi centrati con maggiore precisione. Washington aveva negato per mesi, l’Iran aveva rivendicato sin dal primo giorno: alla fine, sono bastate le immagini satellitari a stabilire chi raccontasse la verità.

Il dato più interessante, però, non riguarda soltanto la singola base bahreinita, per quanto simbolicamente rilevante. Secondo lo studio del Center for Strategic and International Studies, l’intero conflitto sarebbe costato agli Stati Uniti circa quaranta miliardi di dollari, di cui tra 2,2 e 5,1 miliardi direttamente riconducibili ai danni subiti da almeno venti diverse installazioni militari sparse tra Bahrein, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Iraq e Arabia Saudita.

Numeri che raccontano una vulnerabilità militare americana ben più profonda di quanto la propaganda ufficiale abbia voluto ammettere in tempo reale, e che aprono una domanda scomoda sull’intera architettura difensiva costruita nella regione negli ultimi cinquant’anni: cosa succede quando l’apparato missilistico e i droni di precisione, ormai dotazione standard anche di forze armate considerate “regionali”, riescono a colpire con efficacia infrastrutture concepite in un’epoca in cui la superiorità tecnologica occidentale sembrava incontestabile?

Il generale che aveva ragione e nessuno voleva ascoltare

C’è un dettaglio che, letto con il senno di poi, assume i contorni della beffa istituzionale: Kenneth McKenzie, comandante del Centcom statunitense dal 2019 al 2022, aveva già avvertito l’amministrazione Biden della fragilità strutturale di questo schieramento militare, proponendo di spostare le basi verso Israele ed Egitto, considerati territori meno esposti al raggio d’azione missilistico iraniano. La risposta ricevuta all’epoca fu un rifiuto categorico.

Oggi lo stesso McKenzie, parlando al Jewish Institute for National Security of America, non risparmia il sarcasmo istituzionale: definisce “fuori di senno” la scelta di collocare il quartier generale avanzato del Centcom nella base qatariota di al-Udeid, a soli 160 chilometri dal territorio iraniano — una distanza che, in termini di tempi di volo per un missile balistico moderno, equivale sostanzialmente a zero margine di reazione.

Che ci sia voluta una guerra reale, con quartier generali sventrati e miliardi di danni documentati, per prendere sul serio un avvertimento formulato anni prima da chi quella regione la conosceva meglio di chiunque altro a Washington, dice molto sulla capacità del sistema decisionale statunitense di correggere la rotta prima che il conto arrivi effettivamente da pagare.

Trasloco strategico: da Manama a Tel Aviv

Il Pentagono, secondo le fonti citate dal Wall Street Journal, starebbe ora valutando seriamente una revisione complessiva della propria presenza regionale: riduzione del personale in Kuwait e Arabia Saudita, spostamento di alcune funzioni operative più a ovest, rafforzamento e interramento dei centri di comando per renderli meno vulnerabili a futuri attacchi di precisione.

L’ipotesi più clamorosa, mai realmente esplorata prima con questa concretezza, riguarda il trasferimento di alcune basi mediorientali direttamente in territorio israeliano — ormai considerato, nel linguaggio degli strateghi statunitensi, quasi “casa”. Un’evoluzione che, se confermata, sancirebbe formalmente ciò che di fatto già esiste da tempo nell’immaginario geopolitico di Washington: Israele non più come alleato regionale tra molti, ma come base operativa primaria da cui proiettare la propria presenza militare nell’intero Medio Oriente. Resta da capire se questa “ristrutturazione strategica”, per quanto presentata come lezione appresa dagli errori del passato, non finisca semplicemente per spostare il problema più a ovest, senza risolverlo: in una regione dove i missili di precisione sono ormai patrimonio comune di più attori, nessuna base — bahreinita, qatariota o israeliana che sia — può considerarsi davvero al riparo.

 

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