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Occhiuto, presidente calabrese di Forza Italia, resiste alle pressioni Usa e conferma i medici cubani negli ospedali regionali. Rubio parla di tratta di eseri umani, i medici smentiscono. Il pronto soccorso di Polistena, da 12 ore d’attesa a meno di 60 minuti, dice altro.
L’anticomunista che sfida Trump per salvare gli ospedali calabresi
Il principale sponsor politico della cooperazione sanitaria cubana in Italia non è un centro sociale né un collettivo di sinistra radicale, ma Roberto Occhiuto, presidente di Forza Italia alla guida della Regione Calabria, esponente di un partito che ha fatto dell’anticomunismo una bandiera identitaria per trent’anni. Eppure è proprio lui, secondo la ricostruzione dell’Associated Press ripresa dal Washington Post, ad aver respinto le pressioni dirette dell’amministrazione Trump per interrompere il programma che porta oltre duecento medici cubani, con punte fino a 320,a lavorare negli ospedali calabresi, la regione italiana ultima per accesso ai servizi sanitari pubblici secondo lo stesso Ministero della Salute.
Il dato concreto, quello che nessuna polemica ideologica può facilmente smontare, riguarda il pronto soccorso di Polistena: prima dell’arrivo dei sanitari cubani nel gennaio 2023, il primario Francesco Moschella racconta di aver tenuto aperto il reparto praticamente da solo, con attese fino a dodici ore. Oggi, grazie anche al contributo di sei medici cubani su un organico dimezzato, il tempo di attesa è sceso sotto l’ora. Numeri che spiegano perché Occhiuto, ricevuto a febbraio dal chargé d’affaires statunitense a Cuba Mike Hammer, abbia scelto di non cedere: “Ho bisogno di mantenere aperti gli ospedali”, ha dichiarato, pur impegnandosi parallelamente a costruire percorsi alternativi di reclutamento internazionale per non irritare troppo Washington.
L’accusa di “tratta” e la testimonianza che la smentisce
Il fronte diplomatico resta comunque acceso. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito più volte che le missioni sanitarie cubane costituirebbero una forma di tratta di esseri umani, sostenendo che l’Avana trattenga gran parte degli stipendi dei medici inviati all’estero. Un’accusa che il Dipartimento di Stato ha formalizzato definendo le brigate mediche “una fonte fondamentale di denaro contante per il regime”.
La replica arriva direttamente da chi quella missione la vive: la cardiologa Daisy Luperon Loforte respinge seccamente l’etichetta di “schiavitù moderna”, mentre il modello calabrese presenta comunque una peculiarità che lo distingue da altri contesti internazionali contestati da Washington, la Regione non versa fondi all’agenzia cubana, ma stipula contratti individuali con ogni medico, accreditando lo stipendio direttamente su conti bancari italiani. Che poi una parte di quel compenso venga volontariamente girata al governo dell’Avana, come raccontano gli stessi professionisti, resta un dettaglio che complica, senza risolverla del tutto, la narrazione binaria proposta da entrambe le parti in causa.
Resta un punto fermo: meglio “trafficare” in medici per far funzionare ospedali, che in armi, come preferisce invece Washington.

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