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Il Cremlino avverte: ogni attacco ucraino alle infrastrutture russe amplierà la “zona cuscinetto” in Ucraina. Ma Medvedev ne rivela i confini reali: Sumy, Dnipropetrovsk, Kharkiv. Un programma di nuova annessione territoriale.
Peskov avverte Kiev, si allarga la “zona cuscinetto”
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato venerdì 10 luglio che gli attacchi ucraini contro infrastrutture in territorio russo porteranno Mosca ad ampliare ulteriormente la cosiddetta “zona cuscinetto” all’interno dell’Ucraina, con la conseguenza di prolungare quella che Mosca chiama “operazione militare speciale”.
Rispondendo indirettamente a una tesi avanzata nei giorni precedenti da Donald Trump — secondo cui l’intensificazione degli attacchi ucraini contro le infrastrutture energetiche russe potrebbe spingere Mosca a negoziare — Peskov ha definito questa lettura “un giudizio errato”: “l’aumento delle tensioni e l’escalation delle azioni non contribuiranno in alcun modo al processo di pace”, ha affermato, richiamando esplicitamente posizioni già espresse da Vladimir Putin.
La formula della “zona cuscinetto” non è nuova nella comunicazione del Cremlino, e in generale nel vocabolario dei conflitti, ma nei giorni scorsi ha acquisito contorni più definiti. Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha indicato che l’area interesserebbe, almeno parzialmente, le regioni di Sumy, Dnipropetrovsk e Kharkiv.
Putin stesso, in visita alle truppe la settimana precedente, aveva motivato l’espansione richiamando l’appartenenza storica di quei territori alla Russia. Sul fronte opposto, Kiev ha rivendicato nelle stesse settimane attacchi a lungo raggio contro impianti energetici russi nelle regioni di Omsk e Saratov, parte di una strategia dichiarata di colpire la capacità di finanziamento bellico di Mosca attraverso il settore petrolifero — una linea che lo stesso Trump ha in parte incoraggiato.
Sul terreno: l’avanzata russa è reale, ma non è il crollo
Al netto della retorica diplomatica, la situazione sul campo racconta una dinamica che né Mosca né Kiev hanno interesse a descrivere con precisione. Le forze russe hanno conquistato Kostyantynivka, nodo logistico chiave del Donbass, aprendo la strada verso Kramatorsk e Slovyansk, le ultime grandi città ancora sotto controllo ucraino nella regione.
Secondo Analisi Difesa, testata indipendente specializzata in analisi militare, l’esercito russo ha portato sotto il proprio controllo circa 210 chilometri quadrati dall’inizio di luglio, un ritmo superiore a giugno, con ripiegamenti ucraini segnalati anche nell’area di Kupyansk, nella regione di Kharkiv, e a Pokrovske, in quella di Dnipropetrovsk.
Il generale ucraino Oleksandr Syrsky ha ammesso che Mosca schiera forze preponderanti e sta intensificando l’uso di droni FPV in prima linea, fino a settemila al giorno. Kiev continua a essere colpita da pesanti attacchi missilistici russi, con le difese aeree ormai quasi azzerate, arrivati dopo che Putin ha respinto la proposta ucraina di limitare le operazioni militari alle sole quattro regioni che Mosca rivendica come annesse — Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia.
In un’intervista al giornalista Pavel Zarubin, Putin ha sostenuto che un simile accordo avrebbe permesso a Kiev di spostare truppe da altre regioni verso i territori contesi, aggiungendo che “salvare il governo ucraino non rientra nei nostri piani”. Una formulazione che segnala un irrigidimento della linea russa, in linea con dichiarazioni di analogo tenore pronunciate nelle stesse settimane dal ministro degli Esteri Lavrov, dal consigliere del Cremlino Ushakov e dai politologi Sergei Karaganov e Dmitri Trenin, entrambi tra le voci sempre più ascoltate nel dibattito sulla sicurezza russo. E non è una buona notizia per il fronte NATO,

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