Melonellum, la maggioranza boccia se stessa: le preferenze erano già finte

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La maggioranza affossa in aula il proprio stesso emendamento sulle preferenze: 188 voti contro 187. Il Melonellum resta intatto nella sua architettura verticistica. YouTrend certifica che quelle preferenze erano comunque un simulacro: decisive solo per i partiti sopra il 30%.

Melonellum, il tradimento in diretta: la maggioranza affossa persino la sua stessa finta riforma

Un solo voto di scarto: 187 sì contro 188 no. Numeri che sulla carta sembrano trascurabili, ma che raccontano una lacerazione politica di prima grandezza. L’emendamento bocciato alla Camera sulle preferenze non veniva dai banchi dell’opposizione, come vorrebbe la logica del conflitto parlamentare ordinario: era firmato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, con tanto di parere favorevole del governo.

La stessa maggioranza che a parole predicava la restituzione del voto ai cittadini si è ritrovata, nel segreto dell’urna, a silurare persino una versione annacquata e depotenziata di quella promessa. Il che, tradotto dal politichese all’italiano corrente, significa una cosa sola: la facciata della partecipazione democratica andava bene finché restava facciata, non appena si è avvicinata a un briciolo di sostanza è stata immediatamente disinnescata da chi l’aveva proposta.

Ciò che resta in piedi, dopo il naufragio dell’emendamento, è l’ossatura originaria del Melonellum, e non è un dettaglio da poco: premio di maggioranza generoso, liste bloccate, capilista decisi nelle segreterie di partito, un Parlamento sempre più ridotto a organo di ratifica e un governo sempre più ipertrofico.

Non è una legge pensata per restituire potere agli elettori, è un’architettura costruita per blindare chi teme, giustamente, di non poter più contare su questi stessi meccanismi qualora il vento elettorale dovesse girare. In questo, va riconosciuto al Movimento 5 Stelle il merito di aver smascherato l’operazione con chiarezza: se davvero si volesse restituire scelta ai cittadini servirebbero preferenze autentiche, l’abolizione del listone bloccato, un ridimensionamento del premio di maggioranza e la cancellazione dell’indicazione diretta del premier, dato che l’Italia – repubblica parlamentare per Costituzione, non per opinione – non prevede elezioni dirette del capo del governo.

Il trucco delle preferenze finte: la matematica che smaschera la propaganda

Vale la pena fermarsi sul dettaglio tecnico dell’emendamento affossato, perché è lì che si misura la distanza tra l’annuncio e la sostanza. Il meccanismo prevedeva sette candidati per lista in ogni collegio, con il capolista bloccato e automaticamente eletto, mentre sugli altri sei l’elettore avrebbe potuto esprimere fino a tre preferenze.

In apparenza un ritorno alla scelta diretta; nei fatti, un simulacro elegante. La preferenza avrebbe iniziato a contare solo a partire dal secondo seggio conquistato dalla lista nel collegio — condizione che, per la stragrande maggioranza delle forze politiche medio-piccole, semplicemente non si sarebbe mai verificata. Risultato: il capolista sempre eletto, gli altri candidati liberi di raccogliere migliaia di preferenze personali senza che questo cambiasse di una virgola il proprio destino parlamentare.

I numeri elaborati da YouTrend nel suo dossier sulla legge elettorale tolgono ogni margine di ambiguità retorica: per una lista al 5%, appena lo 0,8% degli eletti alla Camera e l’1,7% al Senato sarebbe stato determinato realmente dalle preferenze — una percentuale statisticamente irrilevante. Con un partito al 10% si sarebbe saliti a un modesto 5,8% e 6,6%. Perfino al 15% di consenso, meno di un deputato su cinque e un senatore su sette sarebbero dipesi effettivamente dal voto personale degli elettori. Solo oltre il 30% le preferenze avrebbero inciso su circa metà degli eletti — soglia che, nel panorama partitico italiano attuale, resta appannaggio di pochissime forze. La libertà di scelta promessa all’elettore, insomma, cresceva proporzionalmente alla forza del partito: sostanziale per i colossi, puramente ornamentale per tutti gli altri.

Una presa in giro degli elettori e, contemporaneamente, un’alterazione della competizione interna ai partiti stessi. E qui si tocca forse il punto più sottilmente perfido dell’intero meccanismo: le preferenze fittizie sono, se possibile, più ingannevoli delle liste bloccate tradizionali. Con una lista chiusa l’intento è dichiarato apertamente — il partito ordina, l’elettore prende o lascia, nessuno si illude di avere voce in capitolo. Con l’espediente delle tre crocette, invece, la nomina dall’alto restava intatta nella sostanza, ma veniva rivestita di una parvenza di scelta popolare.

Una beffa raddoppiata anche per gli stessi candidati collocati in posizione sfavorevole: destinati a fare campagna elettorale, raccogliere consenso, spendere energie e risorse, per poi vedere il seggio finire comunque nelle mani del nome piazzato in cima alla lista. Portatori di voti al servizio altrui, più che aspiranti parlamentari in senso proprio.

Il punto, va detto con chiarezza, non è arruolarsi in una crociata ideologica pro o contro le preferenze in quanto tali. Le preferenze da sole non redimono una legge elettorale strutturalmente sbagliata, né trasformano automaticamente un sistema verticistico in uno partecipativo. Il problema resta l’impianto complessivo: premio di maggioranza sproporzionato, listone bloccato, capilista calati dall’alto, indicazione semi-diretta del premier e un Parlamento sempre più marginale rispetto all’esecutivo.

Mettere una toppa cosmetica sulla scheda elettorale, come dimostra impietosamente la matematica di YouTrend, non basta a cambiare la sostanza del meccanismo. E la maggioranza, silurando persino la propria toppa, ha certificato pubblicamente di non avere alcuna reale intenzione di modificarla.

 

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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