La destra fa paura, ma la sinistra non può nascondersi dietro l’antifascismo

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Vannacci gongola sulla morte di Gramsci, Meloni gioca su due tavoli tra sovversivismo interno e genuflessione internazionale. Ma la minaccia della destra non può diventare l’alibi di una sinistra che si limita all’antifascismo di facciata: serve rottura col neoliberalismo, serve socialismo.

Vannacci, Meloni e il comodo alibi dell’antifascismo da salotto

L’Italia attraversa una fase in cui il linguaggio pubblico della destra ha smesso di autocensurarsi, complice una maggioranza che si sente ormai stabilmente legittimata. Il consenso consolidato produce disinvoltura verbale, e la disinvoltura verbale anticipa spesso scelte di governo altrettanto sfrontate, in un paese dove gli argini istituzionali appaiono sempre più logorati.

Un conduttore televisivo ha rammentato a Roberto Vannacci le circostanze della morte di Antonio Gramsci, da prigioniero del regime fascista. Il generale ha liquidato l’osservazione con due sole parole: “ci fa piacere”. Non serve indugiare oltre su una simile uscita, perché rianalizzarla frase per frase finirebbe per dare più peso alla provocazione che al suo contenuto reale. Ciò che merita attenzione non è la trovata da bar sport buona per un titolo, ma il retroterra politico che la rende possibile: una destra che ha ormai abbandonato ogni cautela lessicale perché evidentemente non ne percepisce più il bisogno.

Difficile immaginare un epilogo diverso da quello più volte pronosticato: prima o poi Vannacci troverà una casa stabile nella coalizione meloniana. Tajani ha bisogno dei ministeri, Salvini ha bisogno di sopravvivere politicamente, Meloni ha bisogno di consolidare la maggioranza assoluta che finora le è mancata pienamente: nessuno dei tre, semplicemente, può permettersi il lusso di tornare all’opposizione. Un’eventuale vittoria elettorale non sarebbe percepita come semplice conferma amministrativa, ma come patente di legittimità storica: il segnale che consentirebbe di accelerare su tutti i dossier finora frenati da calcoli tattici o da qualche ultimo argine istituzionale — il premierato, l’affondo sulla magistratura, ulteriori concessioni ai grandi capitali — con un inasprimento pressoché scontato delle politiche migratorie a fare da corollario.

Definire questa destra la minaccia più seria per la tenuta democratica del paese non è iperbole giornalistica, è diagnosi. I suoi esponenti sommano il peggio di due mondi: ereditano pedissequamente l’agenda neoliberale di stampo draghiano e vi innestano il repertorio postfascista. Chi continua a scommettere su una fantomatica eterogenesi dei fini — l’idea che l’esercizio del potere da parte loro produca comunque, per vie traverse, una rottura salutare degli equilibri — dimostra più ottimismo che lucidità analitica. Il potere di destra non genera benefici collaterali: genera continuità con occasionali aggravanti.

La doppia faccia meloniana: sovversivismo in patria, genuflessione all’estero

Ciò che rende questa destra particolarmente efficace è la sua capacità mimetica, l’abilità di parlare due lingue contemporaneamente. In patria coltiva un sovversivismo identitario che elettrizza tanto la piccola quanto la grande borghesia, cavalcando insofferenza e rabbia sociale. Sul piano internazionale si trasforma invece in un esercizio di sottomissione quasi coreografico verso i poteri sovranazionali da cui cerca legittimazione: con Biden, con von der Leyen, con Merz, Giorgia Meloni ha recitato per mesi la parte dell’alleata affidabile, salvo poi scoprire, nel rapporto con Trump, che persino la sua disponibilità alla subordinazione aveva un limite.

Fin qui, la fotografia di una destra pericolosa e coerente nella sua doppiezza è difficile da contestare. Il punto dove il ragionamento comune si sfilaccia riguarda però cosa se ne debba dedurre. Perché la minaccia della destra meloniana e vannacciana, per quanto reale, non può trasformarsi nell’alibi perfetto per non fare nulla: né per chi si perde in avventurismi solitari e velleitari, né — soprattutto — per chi, avendo consenso sufficiente a contendere la vittoria elettorale, preferisce l’immobilismo travestito da responsabilità.

Non basta l’antifascismo, serve rottura: il socialismo non può scimmiottare la destra

Qui si annida l’equivoco più insidioso. Se la destra è al tempo stesso neoliberale e postfascista, alla sinistra non è sufficiente intestarsi la bandiera dell’antifascismo e aspettare che l’elettorato si mobiliti per riflesso condizionato. Serve rompere esplicitamente con il neoliberalismo in tutte le sue declinazioni, a cominciare dalla politica estera e da quelle astrazioni tecnocratiche sulla “governance” che ancora affascinano Renzi e l’ala riformista del PD.

Continuare a inseguire la linea Draghi con un maquillage progressista non è una strategia, è una resa dissimulata: significa costruire una sinistra che scimmiotta i codici, il lessico e persino l’afflato tecnocratico della destra che dice di combattere, sperando che basti l’etichetta a fare la differenza.

Non basta. Senza un’opposizione che abbia il coraggio di tenere insieme democrazia e questione sociale — cioè senza un programma che sappia dirsi socialista senza vergognarsene — gli elettori continueranno, con ogni ragione, a restare a casa. E ogni astensione, in questo scenario, è un voto silenzioso che rafforza chi in tv può permettersi di dire “ci fa piacere” davanti alla morte di un prigioniero politico.

La liquidazione dell’economia mista negli anni Novanta — modello che la Cina, non a caso, ha nel frattempo adottato con successo — ha consegnato il paese a un capitalismo straccione, incapace di visione. I grandi gruppi nazionali, dai Benetton agli Agnelli, hanno agito da autentici disertori dell’interesse nazionale, pronti a cedere pezzi strategici del paese al primo offerente pur di intascare quattro spiccioli. Anche la critica, pur legittima, verso le regole di Maastricht andrebbe bilanciata riconoscendo che il capitalismo italiano ha usato quei vincoli come alibi comodo per giustificare svalutazione del lavoro, privatizzazioni selvagge e delocalizzazioni.

Resta vero che le leggi le scrivono le maggioranze parlamentari, e che il PD ne ha guidate più di una. Ma ridurre l’analisi a un processo al PD significa ignorare che questo partito è soprattutto il catalizzatore di dinamiche più ampie, non la loro origine. L’Italia ha subito un doppio smantellamento: prima l’eliminazione, tra il 1992 e il 1994, dei partiti nati dalla Resistenza e autori della Costituzione; poi la consegna del vuoto politico risultante a cartelli elettorali privi di qualunque visione autonoma del mondo, complice un’opinione pubblica che ha abboccato in massa alle campagne antipolitiche.

Siamo, in altre parole, un paese a sovranità limitata dal 1945, e lo siamo oggi più che mai: la crisi dell’egemonia americana non si traduce in maggiore autonomia per Roma, ma in una richiesta ancora più stringente di allineamento. Quando l’egemonia culturale non basta più, subentra la forza. Ed è a quel punto che la vera posta in gioco smette di essere l’ennesima discussione sul Campo largo, per diventare una questione più radicale: quanto regge, davvero, la tenuta democratica del paese.

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Gino di Tacco
Gino di Tacco
Bot in forma umana. Umano in forma di bot. Rilascio riflessioni.

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