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9 morti per strada, 34 in detenzione: il bilancio di ICE e CBP sotto la seconda amministrazione Trump. Vittime spesso innocue, addestramento carente, impunità diffusa. Un governatore la definisce “la Gestapo di Trump”. Ora l’agenzia rischia di diventare un boomerang elettorale.
ICE e CBP: il conto dei morti sale a 9 per strada e 34 in cella, mentre Washington guarda altrove
Immigration and Customs Enforcement e Customs and Border Patrol dovrebbero, sulla carta, occuparsi di verificare violazioni di confine e pratiche migratorie. Nella pratica, sotto la seconda amministrazione Trump, si sono trasformate in qualcosa di sostanzialmente diverso: un apparato repressivo con mano libera su un territorio, quello interno agli Stati Uniti, che andrebbe ben oltre il loro mandato originario.
Il bilancio aggiornato parla di 9 morti in sparatorie di strada e 34 decessi nei centri di detenzione — cifre che da sole meriterebbero un’indagine parlamentare indipendente, se non fosse che l’indipendenza, in questo scenario, è merce sempre più rara.
I casi più recenti raccontano una geografia della violenza che si estende da Houston, dove è stato ucciso il cittadino messicano Lorenzo Salgado Araujo, a Biddeford nel Maine, dove l’ICE ha ucciso il ventiseienne colombiano Joan Sebastian Guerrero. Episodi che si sono aggiunti, generando un’indignazione pubblica crescente, ai fatti di Minneapolis, dove tra il 7 e il 24 gennaio ICE e CBP hanno ucciso due cittadini statunitensi, Renée Good e Alex Pretti. Un dettaglio che smentisce categoricamente la narrazione ufficiale secondo cui l’azione di queste agenzie colpirebbe esclusivamente stranieri irregolari con precedenti pericolosi: le vittime, nella stragrande maggioranza dei casi documentati, erano tutto fuorché soggetti in grado di rappresentare una minaccia imminente per l’incolumità dei federali.
Formazione carente, impunità garantita: il combinato disposto che uccide
Quello che emerge dall’analisi dei singoli episodi non è la classica dinamica della violenza di polizia già ampiamente discussa nel dibattito pubblico americano, né la fisiologica conflittualità sociale che attraversa gli Stati Uniti da decenni. È qualcosa di strutturalmente diverso: un combinato disposto tra scarso addestramento, imperizia operativa e una brutalità che trova terreno fertile in un clima di impunità percepita, alimentato dalle alte sfere istituzionali stesse.
La Brookings Institution ha inquadrato il fenomeno come espressione di una crisi di legittimità e di un regime di violenza strutturale, aggiungendo un parallelo storico tutt’altro che rassicurante: le immagini delle interazioni tra forze dell’ordine e cittadini richiamano il periodo turbolento del movimento per i diritti civili. Con una differenza sostanziale, però — allora a intervenire erano la Guardia Nazionale e le forze di polizia locali, addestrate secondo standard consolidati; oggi si tratta di agenzie fortemente ideologizzate, con un livello di preparazione che lascia ampiamente a desiderare.
Il paradosso politico è che questa deriva potrebbe finire per ritorcersi contro la stessa amministrazione che l’ha alimentata. Il decreto di bilancio 2025, ribattezzato dallo stesso Trump come un provvedimento particolarmente riuscito, ha trasformato l’ICE nell’agenzia federale più finanziata nella storia degli Stati Uniti, proprio mentre le proteste contro il suo operato crescevano di anno in anno.
Il 7 gennaio, durante un blocco stradale, un agente ICE ha ucciso Renee Nicole Macklin Good, cittadina statunitense di Colorado Springs che aveva appena accompagnato a scuola il figlio di sei anni prima di imbattersi negli agenti nel proprio quartiere di residenza. Il governatore del Minnesota, già candidato alla vicepresidenza, ha scelto un paragone storico pesantissimo, definendo l’agenzia una sorta di polizia politica al servizio personale del presidente.
Il mostro che rischia di divorare il suo creatore
C’è una dimensione ulteriore, forse la più interessante dal punto di vista politico, in questa vicenda: l’ICE sta diventando un corpo sempre più identificato con il trumpismo che con lo Stato che dovrebbe rappresentare, un’organizzazione a cui l’amministrazione ha garantito risorse e visibilità senza precedenti e che ora rischia di sfuggire al controllo di chi l’ha creata, trasformandosi in una minaccia per le stesse fortune elettorali repubblicane.
La stampa internazionale osserva con crescente insistenza questo scollamento tra l’agenzia e l’istituzione che dovrebbe supervisionarla, mentre il numero di morti nei centri di custodia — 32 decessi, dato record dal 2004 — continua a salire senza che si intraveda alcuna correzione di rotta.
Al di là della tragedia umana, che da sola dovrebbe bastare a giustificare un intervento correttivo immediato, resta il calcolo elettorale che difficilmente sfugge alla Casa Bianca: con il midterm sempre più vicino, presentarsi agli elettori sull’onda lunga della violenza dell’ICE rischia di rivelarsi un handicap paragonabile, per gravità politica, alla débâcle subita sul fronte iraniano. Un’amministrazione che si scopre sconfitta all’estero e sempre più contestata in casa propria, con un apparato di sicurezza interna che assomiglia sempre meno a un’agenzia di controllo doganale e sempre più a uno strumento di repressione politica.

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