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Le civiltà non muoiono uccise, si suicidano per rifiuto di adattarsi. Élite in conflitto d’interesse, ceti popolari che difendono lo status quo per paura, intellettuali prigionieri della specializzazione: dagli anni Ottanta l’Occidente vive una curva discendente che nessuno vuole riconoscere.
Le civiltà non muoiono assassinate, si suicidano lentamente per rifiuto di adattarsi*
Attribuire il tramonto di una civiltà a un nemico esterno, a un evento traumatico isolato, a un colpevole designato, è l’esercizio consolatorio preferito di chi analizza la decadenza dei sistemi complessi senza volerne guardare la radice. Le civiltà, in realtà, raramente vengono uccise: più spesso si spengono per progressivo disadattamento, incapaci di riconoscere che il contesto in cui erano nate e cresciute è mutato sotto i loro stessi piedi.
Il ciclo è quasi meccanico: nascita, affermazione, espansione, e poi l’inizio silenzioso delle contraddizioni adattive che precedono ogni declino. Il punto di svolta arriva semplicemente perché il tempo passa e trasforma le condizioni esterne, mentre il sistema al suo interno continua a comportarsi come se nulla fosse cambiato. Le civiltà, essendo organismi acefali e privi di coscienza unitaria, non hanno gli strumenti per accorgersene — o, più spesso, scelgono deliberatamente di rifiutare l’evidenza.
A questo cecità strutturale si aggiunge un problema tutto interno alle classi dirigenti: nella fase discendente di ogni ciclo storico, la produzione di leadership si impoverisce vistosamente, le idee nuove scarseggiano, e l’unica ricetta praticata resta l’insistenza cocciuta sui metodi che avevano funzionato in passato, come se il problema fosse quantitativo e non qualitativo. Non è un caso: le élite di sistema vivono un conflitto d’interessi strutturale con qualsiasi riforma reale, perché i cambiamenti necessari toccherebbero proprio i meccanismi attraverso cui quelle élite sono diventate tali.
Essere parte di un’élite, del resto, non certifica competenza sul funzionamento del sistema che si amministra: certifica solo un buon adattamento personale a quel sistema, cosa ben diversa. E quando si accumulano malfunzionamenti, paure e disagi collettivi, ecco puntualmente emergere leader occasionali pronti a cavalcarli — inclusi quelli che partono con intenzioni di cambiamento sincere ma vaghe, salvo poi essere risucchiati dall’inerzia dei modi consueti.
Il conformismo come collante sociale: perché anche chi sta peggio difende lo status quo
Lo psicologo sociale John T. Jost ha offerto una chiave analitica preziosa con la sua teoria della giustificazione di sistema: non sono solo le élite ad avere interesse a preservare l’esistente, ma spesso proprio gli strati sociali più svantaggiati, per pura paura del cambiamento radicale. Per quanto la situazione presente sia scomoda, viene percepita come preferibile rispetto a incognite che quelle stesse fasce sociali non sono nemmeno attrezzate concettualmente a immaginare, figuriamoci a gestire.
Anche il mondo intellettuale, va detto senza troppa piaggeria verso la propria categoria, non è esente da questa dinamica: teorie, libri e articoli che portano a cattedre e riconoscimento devono trovare un pubblico, e quel pubblico pensa quasi esclusivamente al contingente. La specializzazione disciplinare, poi, produce eserciti di esperti settoriali — di economia, geopolitica, sociologia, storia — sistematicamente privi della visione d’insieme necessaria a cogliere fenomeni che, per loro natura, sono intrecciati tra loro. Quando le cose peggiorano, infine, si restringe anche la libertà di pensiero tollerata: le scomuniche intellettuali si moltiplicano proporzionalmente al deterioramento generale, in una dinamica che ha ben poco di nuovo — l’Inquisizione, ricordiamolo, comparve nell’autunno del Medioevo, non nel suo mattino.
Applicando questa griglia interpretativa al presente occidentale, si può ragionevolmente collocare l’inizio della curva discendente attorno agli anni Ottanta. È il periodo in cui esplode la questione ecologica, si avvia il declino demografico occidentale e la fecondità scende sotto la soglia di sostituzione, mentre cresce vistosamente il peso demografico del resto del mondo: eravamo un terzo della popolazione globale ai primi del Novecento, oggi siamo un sesto scarso.
È anche il periodo in cui le élite occidentali, spaventate dai movimenti sociali di fine anni Sessanta e Settanta, cominciano a sabotare metodicamente le forme di partecipazione politica attiva, riducendo il pluralismo a un bipolarismo convergente verso il centro. Da lì l’affermazione dell’ideologia neoliberista — nata decenni prima ma coltivata in silenzio con pazienza strategica — seguita a ruota da globalizzazione e finanziarizzazione, motori di curve di diseguaglianza mai viste prima.
Da Bush senior a Trump: la sequenza che racconta un declino anche culturale
Il resto del mondo, nel frattempo, ha saputo approfittare di questa improvvisa estroversione di capitali e delocalizzazioni occidentali per costruire proprie traiettorie di sviluppo autonomo, dando vita a potenze e aree di mercato non occidentali che hanno ancora decenni di crescita naturale davanti a sé, mentre l’Occidente si trova ormai con il proverbiale futuro migliore alle spalle. Non stupisce che questa riformulazione dell’economia occidentale sia stata segnata da due infarti sistemici — la crisi del 2008-2009 e il Covid — oltre a una sequenza ininterrotta di bolle digitali, mentre il totalitarismo economico neoliberista si faceva sempre più disperato proprio nella misura in cui l’economia produttiva funzionava sempre peggio e quella finanziaria veleggiava libera sul mercato globale.
La sequenza dei leader americani — da Bush senior a Clinton, da Bush junior a Obama, fino a Trump — racconta con chiarezza imbarazzante un declino che non è solo politico ma culturale, radicato nella società stessa. In Europa l’ultimo vero leader è stato, con tutti i limiti ideologici del caso, Angela Merkel; i britannici hanno infilato una sequenza di premier improbabili dopo aver sbagliato clamorosamente i calcoli sulla Brexit; Macron ha presidiato l’ultima trincea francese prima dell’avanzata di una destra dai programmi tutt’altro che chiari; sull’Italia, meglio sorvolare.
Dal crollo dell’URSS in poi, la sinistra socialdemocratica e comunista si è o dissolta in un liberalismo progressista concentrato sui soli diritti civili — visto che quelli sociali collidono strutturalmente col liberalismo — oppure è semplicemente scomparsa per mancanza di un’ideologia che non fosse un residuo ottocentesco. La destra, specularmente, è rifiorita in molteplici varianti, nutrendosi di paure di cui l’epoca presente offre abbondanza pressoché illimitata.
Attribuire questo declino a singoli leader inetti o corrotti resta l’errore di prospettiva più comune e più comodo: i leader sono soltanto l’espressione di una porzione di popolo, non la causa prima del fenomeno. Una civiltà declina sempre nel suo insieme, come sistema integrato, altrimenti si genererebbero fratture, ribellioni, quantomeno attrito sociale. E se c’è un tratto che definisce questi ultimi decenni occidentali, è proprio l’assenza pressoché totale di conflitto reale: un quietismo sociale diffuso che consente al magmatico centro politico di prosperare indisturbato, mancando qualsiasi funzione di sinistra storicamente alternativa e non essendo mai stata la destra portatrice di altro che conservazione, gerarchia e ordine.
Il declino culturale corre parallelo a quello politico: l’unica area che mantiene relativa vitalità è il pensiero tecnico-scientifico, la cui unica vera innovazione — quella info-digitale — mostra un impatto economico ancora tutto da verificare, un bilancio occupazionale francamente negativo, e una deriva culturale che sfiora la distopia, concentrata peraltro in un pugno di mani mono-oligopoliste che farebbero inorridire lo stesso Adam Smith.
Non esiste, va detto con onestà intellettuale, alcuna legge storica che renda questo epilogo inevitabile: cinquemila anni di civiltà sono un battito di ciglia rispetto ai tre milioni di anni della specie umana, e nulla impedisce, in teoria, di trovare il modo di adattarsi prima del collasso catastrofico. Ma chi si aspetta che la storia si comprima nei tempi di un film hollywoodiano da guardare sgranocchiando popcorn resterà deluso: il declino può durare decenni interminabili, e chi osserva non è seduto in sala fuori dallo schermo — è parte integrante del film stesso

* Quest’articolo è una rielaborazione delle riflessioni social di Pierluigi fagan
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