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Meno disoccupati, più illusioni: il lavoro secondo il Governo Meloni

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La disoccupazione cala, i dati ISTAT lo confermano. Ma dietro l’enfasi governativa restano inattività, precarietà, salari bassi e divari sociali. Il vero problema non è quanti lavorano, ma come e a quale prezzo per la coesione del Paese.

Disoccupazione in calo, verità a metà

I numeri dell’ISTAT parlano chiaro: il tasso di disoccupazione è sceso sotto il Governo Meloni. Un dato reale, certificato, che la comunicazione governativa ha trasformato in un trofeo politico. Ma come spesso accade, il problema non sono le cifre, bensì l’uso che se ne fa. Perché se è vero che più persone risultano occupate, è altrettanto vero che il quadro complessivo del lavoro italiano resta attraversato da fratture profonde, che nessun titolo ottimistico può cancellare.

Attribuire il miglioramento esclusivamente all’attuale Esecutivo è un’operazione quantomeno disinvolta. Parte delle dinamiche in atto affondano le radici in scelte precedenti, spesso impopolari, come l’innalzamento dell’età pensionabile, che hanno compresso l’uscita dal mercato del lavoro e modificato strutturalmente gli indicatori occupazionali. Rivendicare oggi un successo “ideologico”, come se bastasse il colore politico a creare occupazione, somiglia più a un esercizio di propaganda che a un’analisi seria.

Il grande rimosso: inattività, precarietà, salari

La narrazione trionfalistica omette un dato cruciale: l’Italia resta uno dei Paesi europei con il più alto tasso di inattività. Milioni di persone non lavorano e, soprattutto, non cercano lavoro. Non per scelta filosofica, ma perché scoraggiate, espulse o mai davvero incluse. Tra queste, spiccano gli under 30 che hanno interrotto gli studi e non sono riusciti a entrare stabilmente nel mercato del lavoro, così come una vasta platea di lavoratori intrappolati in una sequenza infinita di contratti a termine, senza reali opportunità di formazione o riqualificazione.

La qualità dell’occupazione resta il grande rimosso del dibattito pubblico. Lavorare non significa necessariamente vivere meglio, se i salari rimangono bassi, se la precarietà è la norma e se le disuguaglianze territoriali continuano a scavare fossati tra Nord e Sud. A questo si aggiungono i divari di genere, ancora evidenti nei tassi di occupazione femminile e nelle retribuzioni, e una distanza cronica tra sistema educativo e mondo produttivo, che rende l’ingresso nel lavoro una corsa a ostacoli.

L’illusione del cuneo fiscale e la zona grigia

Il messaggio inviato alle imprese appare chiaro: contenere i salari non è un problema, perché eventuali aumenti arriveranno per via fiscale. Il taglio del cuneo, però, non è una manna dal cielo: è una scelta che sposta risorse e che, nel medio periodo, presenta un conto sotto forma di compressione della spesa sociale e del welfare. Un equilibrio fragile, che rischia di scaricare i costi sulle fasce più deboli.

Intanto si allarga una “zona grigia” di esclusi o semi-inclusi, destinati a lavori marginali, spesso negli appalti e subappalti, con scarse tutele e prospettive. È il segno di una lenta americanizzazione della società italiana: crescita delle disuguaglianze, assottigliamento della classe media, aumento della povertà relativa e assoluta. Non a caso, l’ultima manovra di bilancio ha colpito proprio quel ceto medio che dovrebbe garantire stabilità e coesione.

I dati ISTAT, letti fino in fondo, non raccontano una storia di successo, ma un avvertimento. La disoccupazione può anche scendere, ma senza politiche sulla qualità del lavoro, sulla formazione e sulla riduzione delle disuguaglianze, il Paese resta fermo. E la retorica, per quanto rumorosa, non sostituisce una strategia.

 

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