www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
La disoccupazione cala, i dati ISTAT lo confermano. Ma dietro l’enfasi governativa restano inattività, precarietà, salari bassi e divari sociali. Il vero problema non è quanti lavorano, ma come e a quale prezzo per la coesione del Paese.
Disoccupazione in calo, verità a metà
I numeri dell’ISTAT parlano chiaro: il tasso di disoccupazione è sceso sotto il Governo Meloni. Un dato reale, certificato, che la comunicazione governativa ha trasformato in un trofeo politico. Ma come spesso accade, il problema non sono le cifre, bensì l’uso che se ne fa. Perché se è vero che più persone risultano occupate, è altrettanto vero che il quadro complessivo del lavoro italiano resta attraversato da fratture profonde, che nessun titolo ottimistico può cancellare.
Attribuire il miglioramento esclusivamente all’attuale Esecutivo è un’operazione quantomeno disinvolta. Parte delle dinamiche in atto affondano le radici in scelte precedenti, spesso impopolari, come l’innalzamento dell’età pensionabile, che hanno compresso l’uscita dal mercato del lavoro e modificato strutturalmente gli indicatori occupazionali. Rivendicare oggi un successo “ideologico”, come se bastasse il colore politico a creare occupazione, somiglia più a un esercizio di propaganda che a un’analisi seria.
Il grande rimosso: inattività, precarietà, salari
La narrazione trionfalistica omette un dato cruciale: l’Italia resta uno dei Paesi europei con il più alto tasso di inattività. Milioni di persone non lavorano e, soprattutto, non cercano lavoro. Non per scelta filosofica, ma perché scoraggiate, espulse o mai davvero incluse. Tra queste, spiccano gli under 30 che hanno interrotto gli studi e non sono riusciti a entrare stabilmente nel mercato del lavoro, così come una vasta platea di lavoratori intrappolati in una sequenza infinita di contratti a termine, senza reali opportunità di formazione o riqualificazione.
La qualità dell’occupazione resta il grande rimosso del dibattito pubblico. Lavorare non significa necessariamente vivere meglio, se i salari rimangono bassi, se la precarietà è la norma e se le disuguaglianze territoriali continuano a scavare fossati tra Nord e Sud. A questo si aggiungono i divari di genere, ancora evidenti nei tassi di occupazione femminile e nelle retribuzioni, e una distanza cronica tra sistema educativo e mondo produttivo, che rende l’ingresso nel lavoro una corsa a ostacoli.
L’illusione del cuneo fiscale e la zona grigia
Il messaggio inviato alle imprese appare chiaro: contenere i salari non è un problema, perché eventuali aumenti arriveranno per via fiscale. Il taglio del cuneo, però, non è una manna dal cielo: è una scelta che sposta risorse e che, nel medio periodo, presenta un conto sotto forma di compressione della spesa sociale e del welfare. Un equilibrio fragile, che rischia di scaricare i costi sulle fasce più deboli.
Intanto si allarga una “zona grigia” di esclusi o semi-inclusi, destinati a lavori marginali, spesso negli appalti e subappalti, con scarse tutele e prospettive. È il segno di una lenta americanizzazione della società italiana: crescita delle disuguaglianze, assottigliamento della classe media, aumento della povertà relativa e assoluta. Non a caso, l’ultima manovra di bilancio ha colpito proprio quel ceto medio che dovrebbe garantire stabilità e coesione.
I dati ISTAT, letti fino in fondo, non raccontano una storia di successo, ma un avvertimento. La disoccupazione può anche scendere, ma senza politiche sulla qualità del lavoro, sulla formazione e sulla riduzione delle disuguaglianze, il Paese resta fermo. E la retorica, per quanto rumorosa, non sostituisce una strategia.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Totalitarismo democratico: persuasione finita, repressione aperta
- Il nuovo cittadino esemplare: la democrazia senza domande
- Due pesi, una sola fede: l’anti-trumpismo europeo si ferma a Caracas
- Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













