www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Il discorso di fine anno di Mattarella ripropone una narrazione edulcorata e selettiva della realtà. Le reazioni unanimemente entusiaste dei partiti rivelano una nomenklatura compatta, incapace di critica e organicamente legata al potere.
Mattarella parla, il potere applaude: il rito dell’unanimità
C’è qualcosa di profondamente rituale, quasi liturgico, nel discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Un rito che si ripete uguale a sé stesso, con minime variazioni lessicali, ma con una costante immutabile: l’autoreferenzialità del potere che si congratula con sé stesso mentre il Paese reale resta fuori campo.
Anche quest’anno Sergio Mattarella non ha deluso le aspettative, offrendo un intervento che più che fotografare la realtà l’ha accuratamente sfocata, sostituendo i conflitti concreti con immagini rassicuranti, moralmente orientate, politicamente innocue.
L’apertura sul dolore internazionale – l’Ucraina sotto le bombe, Gaza sotto il freddo – ha seguito un copione ormai consolidato: l’indignazione selettiva. Da una parte il male chiaramente nominato, dall’altra l’orrore ridotto a fenomeno climatico. Il lessico non è un dettaglio: è la sostanza della politica. Trasformare una distruzione sistematica in emergenza meteorologica è un atto di rimozione, non di equilibrio. Eppure, da garante della Costituzione che all’articolo 11 ripudia la guerra, ci si sarebbe potuti attendere qualcosa di più di una generica partecipazione emotiva accompagnata da una tacita adesione ai blocchi geopolitici dominanti.
Il cuore del discorso, come spesso accade, si è poi spostato su una celebrazione compiaciuta della Repubblica: dalla ricostruzione postbellica alle “eccellenze” nazionali, passando per una narrazione lineare, priva di attriti, dove le contraddizioni sociali, le disuguaglianze crescenti, la precarizzazione sistemica semplicemente non trovano spazio.
È l’Italia da brochure istituzionale, quella che funziona sempre, che ha sempre funzionato, e che continuerà a funzionare purché nessuno osi metterne in discussione le fondamenta.
La politica come applauso automatico
Se il discorso presidenziale è stato prevedibile, le reazioni della politica sono state persino più istruttive. Da destra a sinistra, passando per i sedicenti “antisistema”, il coro è stato unanime, entusiasta, quasi commosso. Pace, dialogo, valori repubblicani, giovani come futuro: ciascun leader ha scelto una frase-chiave da rilanciare, come si fa con i comunicati preconfezionati, evitando accuratamente qualsiasi lettura critica.
In questa unanimità si coglie il vero dato politico. Non tanto la debolezza del discorso, quanto l’adesione totale della classe dirigente a una rappresentazione del potere che non ammette scarti, deviazioni, conflitti reali. È la fotografia di una nomenklatura che si riconosce, si protegge e si legittima reciprocamente. Un blocco compatto che applaude non perché convinto, ma perché strutturalmente incapace di fare altro.
Che a lodare il Presidente siano esponenti di partiti formalmente contrapposti non è segno di maturità istituzionale, bensì di omologazione. Il dissenso, quando esiste, viene confinato fuori dall’arco della rispettabilità. Dentro restano solo le variazioni sul tema dell’obbedienza responsabile. Il linguaggio cambia, la sostanza resta: nessuno mette in discussione l’impianto, nessuno problematizza le omissioni, nessuno osa dire che il re è, se non nudo, quantomeno disinformato.
Il risultato è un cortocircuito evidente. Un Presidente che sembra parlare a un Paese astratto, idealizzato, e una politica che finge di riconoscersi in quel racconto, mentre nella realtà amministra precarietà, guerra permanente e regressione sociale. L’applauso finale non è quindi un segno di unità nazionale, ma la certificazione di una distanza ormai strutturale tra potere e società.
Il discorso di fine anno non appare come un momento di sintesi, ma come un esercizio di rimozione collettiva. E l’entusiasmo bipartisan che lo accompagna spiega molto più di qualsiasi analisi sociologica lo stato della nostra democrazia: formalmente viva, sostanzialmente anestetizzata.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Totalitarismo democratico: persuasione finita, repressione aperta
- Il nuovo cittadino esemplare: la democrazia senza domande
- Due pesi, una sola fede: l’anti-trumpismo europeo si ferma a Caracas
- Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













