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Macron propone 1.200 miliardi di debito comune per salvare l’industria Ue. Merz dice no e con Meloni rilancia gli Stati-nazione. Tra Europa a più velocità, guerre commerciali e Ucraina, l’Unione oscilla tra ambizione strategica e frammentazione permanente.
Europa divisa: debito comune o declino controllato?
L’Europa discute di sovranità industriale mentre scivola su vecchie rivalità. Emmanuel Macron propone un nuovo debito comune da 1.200 miliardi di euro per finanziare intelligenza artificiale, quantistica, difesa, spazio, semiconduttori e robotica.
La cifra supera il Next Generation EU varato durante la pandemia e perfino l’ultima tranche di aiuti europei all’Ucraina. L’argomento è lineare: Stati Uniti e Cina investono molto di più, e senza un salto dimensionale nei prossimi tre-cinque anni l’Unione rischia di essere espulsa dalle filiere decisive.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha risposto con un rifiuto netto. Berlino non vuole mutualizzare nuovo debito. Con Roma si consolida un asse fondato sulla centralità degli Stati-nazione e su un atlantismo ortodosso, meno incline alle velleità di autonomia strategica promosse dall’Eliseo. Il cosiddetto “momento Groenlandia” – l’illusione di una compattezza occidentale dinanzi alle mosse di Trump – si è già dissolto. Il presidente francese avverte che l’apparente ritirata dell’ex presidente americano è tattica: all’orizzonte si profilano nuove pressioni, a partire dalle regole europee sul digitale che colpiscono le big tech statunitensi.
Nel frattempo la Commissione esplora la “cooperazione rafforzata” prevista dai trattati: un’Europa a più velocità per aggirare i veti incrociati. In realtà, la geometria variabile è già prassi. L’euro e Schengen non includono tutti; l’“E3” (Francia, Germania, Regno Unito) coordina la politica estera; l’“E6” riunisce le principali economie; i “Volenterosi” si muovono sul dossier ucraino. Un’Europa segmentata che rischia di diventare la regola, non l’eccezione.
Debito comune o frammentazione permanente?
Il nodo è politico prima che finanziario. Secondo il rapporto Draghi del 2024, il fabbisogno per colmare il divario competitivo europeo oscilla tra 750 e 800 miliardi l’anno. Bruxelles ha già aumentato di 90 miliardi il debito comune lo scorso dicembre. Il precedente del Recovery Fund ha dimostrato che l’emissione congiunta è possibile. Ma trasformare l’eccezione in strumento ordinario implica una cessione di sovranità che Berlino rifiuta.
Macron rilancia la preferenza europea negli appalti pubblici, un “Made in Europe” che favorisca produzioni interne. I paesi nordici temono ritorsioni commerciali e isolamento. L’FMI ha segnalato che la frammentazione normativa nell’Unione equivale a dazi del 45% sui beni e del 110% sui servizi: un protezionismo interno autoimposto. Paradossalmente, molta della burocrazia imputata a Bruxelles nasce dalle stratificazioni nazionali.
Nel frattempo, il progetto franco-tedesco Scaf per un caccia di nuova generazione resta impantanato nelle rivalità tra Dassault e Airbus Germania. L’Italia guarda al Global Combat Air Programme con Regno Unito e Giappone e tenta di coinvolgere Berlino. La sovranità industriale si invoca, ma la cooperazione concreta si arena.
Stati-nazione, deregolazione e guerra atlantica
Roma e Berlino hanno concordato il 23 gennaio di coordinare le rispettive spinte alla deregolamentazione industriale. L’“Industrial Acceleration Act”, annunciato per il 25 febbraio, dovrebbe rilanciare la reindustrializzazione con meccanismi impliciti di acquisto europeo. Ma la tensione resta: più potere agli Stati significa anche ridimensionare ambizioni ambientali e sociali dell’Unione.
Sul fronte geopolitico, l’ultimo anno ha mostrato una sequenza di scosse: l’offensiva retorica del vicepresidente Usa J.D. Vance contro i “valori europei”; l’episodio dei dazi discusso tra Ursula von der Leyen e Trump in Scozia; la dottrina di sicurezza americana di dicembre che riafferma priorità nazionali. Zelensky chiede risorse e ricorda che Putin teme Washington più di Bruxelles. Le minacce europee – dal meccanismo anti-coercizione al ventilato disimpegno dai titoli del Tesoro Usa – appaiono più simboliche che operative.
Un alto funzionario europeo ha ammesso che il tempo delle diagnosi è finito. Ma senza consenso politico, le “misure concrete” restano promesse. Il motore franco-tedesco è in affanno; l’asse Roma-Berlino complica gli equilibri; Parigi cerca spazi di manovra. L’Europa si trova così sospesa tra ambizioni strategiche e rivalità interne, mentre la guerra in Ucraina continua a drenare risorse e a esporre le contraddizioni.
La scelta è brutale: integrazione finanziaria e industriale oppure frammentazione permanente. Continuare con le mezze soluzioni significa prolungare l’irrilevanza. E l’irrilevanza, in geopolitica, è una forma elegante di declino.

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