www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
In Italia una parte consistente dell’opposizione difende il governo e attacca chi lo critica. La “galassia riformista” ha smarrito il suo senso storico e oggi legittima vincoli esterni, liberismo e atlantismo, trasformando la governabilità in dogma.
La strana opposizione che governa
L’Italia è forse l’unico Paese in cui una parte consistente dell’opposizione non si limita a criticare il governo, ma si incarica di difenderlo — con zelo quasi missionario — contro il resto dell’opposizione. Un paradosso che meriterebbe una cattedra universitaria: l’opposizione all’opposizione, esercitata in nome della “responsabilità”, della “stabilità”, della “credibilità internazionale”. Concetti talmente elastici da adattarsi a qualunque maggioranza, purché allineata ai vincoli esterni e alle aspettative dei mercati.
Questa postura ha un nome che suona ancora nobile: galassia riformista. Ma il termine, oggi, non conserva quasi nulla del suo significato storico. È diventato un marchio ideologico, una parola d’ordine che giustifica l’adesione preventiva a ogni linea di governo purché sia considerata “inevitabile”. Non riforma, ma conformità.
Da riformismo a trasformismo
Storicamente, il riformismo nasce come corrente del movimento socialista europeo di fine Ottocento e inizio Novecento. In Italia, figure come Filippo Turati, Claudio Treves o Giacomo Matteotti rappresentavano l’idea che il cambiamento potesse avvenire per via parlamentare, attraverso riforme graduali ma orientate alla giustizia sociale, alla tutela del lavoro, all’allargamento dei diritti.
Nel dopoguerra, questa tradizione sopravvive in parti del PSI e poi nel PDS e nei DS, con politiche di welfare, contrattazione collettiva e ruolo pubblico nell’economia.
Il punto di svolta arriva negli anni Novanta, con la fine dei partiti di massa e l’ingresso dell’Italia nell’architettura europea dell’euro. Il “riformismo” si sgancia progressivamente dal suo asse sociale e diventa sinonimo di compatibilità con il mercato, con i parametri di Maastricht, con le richieste della Commissione europea e della finanza internazionale. È l’epoca del vincolo esterno come dogma, teorizzato apertamente: non si riforma per scelta, ma per necessità.
Da allora, la parola riformista viene utilizzata per legittimare privatizzazioni, precarizzazione del lavoro, riduzione dello Stato sociale, in nome della governabilità. La stagione dei governi tecnici — da Monti a Draghi — non è un’eccezione, ma l’apoteosi di questa visione: il primato dell’economia sulla politica, dell’urgenza sul conflitto, della stabilità sul dissenso.
La galassia che assolve il potere
Oggi questa area ruota attorno a una parte consistente del Partito Democratico, dalla Picierno a Gentiloni, ai renziani, a settori dell’area radicale e a figure come Calenda, fino a una rete di think tank, commentatori e lobby mediatiche che occupano stabilmente il perimetro dell’“opinione rispettabile”. Il collante non è un programma sociale, ma una visione del mondo: atlantismo incondizionato, liberismo come destino, fedeltà al quadro europeo così com’è, senza conflitto e senza alternative.
Non è un caso che questo campo si mostri spesso più severo verso l’opposizione di sinistra che verso il governo in carica. Se una forza critica l’austerità, viene accusata di populismo; se mette in discussione la politica estera, è tacciata di ambiguità; se solleva il tema del lavoro povero, è sospettata di irresponsabilità. Il governo, invece, viene assolto in anticipo: “non può fare altrimenti”.
È una forma di pedagogia rovesciata: non si educa il potere a rispondere ai cittadini, ma si educano i cittadini ad accettare il potere. La politica viene ridotta a gestione dell’esistente, mentre il conflitto sociale è trasformato in rumore di fondo.
La retorica della “serietà” funziona come un dispositivo di esclusione: chi non accetta il perimetro dato viene espulso dal campo della razionalità. Così, la galassia riformista diventa la più efficiente macchina di legittimazione dello status quo. Non governa, ma governa chi governa. Non decide, ma spiega perché non si può decidere diversamente.
Il risultato è un sistema in cui la parola “riforma” non indica più un avanzamento collettivo, ma un adattamento forzato. Un Paese in cui l’opposizione non chiede conto al potere, ma lo difende dalle sue stesse conseguenze. Un caso di studio, sì. Ma anche un sintomo: quando il riformismo perde il suo orizzonte sociale, resta solo il trasformismo con una buona dizione.
L’opposizione che regge il palazzo
La galassia riformista non si limita più a giustificare il potere: lo stabilizza, lo protegge, lo accompagna. Anche quando al governo c’è Giorgia Meloni, teoricamente distante da quell’area, il meccanismo resta identico. Durante il voto sul PNRR, sulla riforma del Patto di Stabilità europeo o sull’invio di armi all’Ucraina, ampi settori di questa area hanno votato o sostenuto pubblicamente la linea della maggioranza, bollando come “irresponsabili” le critiche provenienti da sinistra. Il copione si è ripetuto sul decreto sicurezza, sulle restrizioni al diritto di sciopero, sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero: il dissenso non viene confutato, viene delegittimato.
Sul piano geopolitico, questa rete si muove come un ufficio stampa permanente dell’ordine internazionale esistente. Chi solleva dubbi sulle operazioni israeliane a Gaza viene accusato di antisemitismo; chi contesta la NATO è sospettato di filoputinismo; chi chiede negoziati è definito ingenuo. Il risultato è un campo informativo sempre più omogeneo, dove talk show, editoriali e think tank ripetono le stesse parole chiave, espellendo le voci dissonanti dal perimetro del dicibile.
Così, da corrente politica, il riformismo si è trasformato in lobby: non produce idee, ma confini. Non governa, ma sorveglia. E, con impeccabile compostezza, chiama tutto questo “responsabilità”.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Totalitarismo democratico: persuasione finita, repressione aperta
- Il nuovo cittadino esemplare: la democrazia senza domande
- Due pesi, una sola fede: l’anti-trumpismo europeo si ferma a Caracas
- Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













