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L’UE, nata sotto il dogma neoliberale, ha rinunciato alla sovranità politica, industriale ed energetica. Subordinata alla finanza e agli USA, ha sostenuto guerre, perso forniture vitali e oggi dipende da Washington. Un fallimento strutturale.
Cronaca di un continente che ha scelto il suicidio politico
Per oltre trent’anni l’Unione Europea è stata raccontata come un prodigio: una macchina razionale capace di competere con gli Stati Uniti e, allo stesso tempo, un embrione di sovranità continentale. Un sogno tecnocratico, condito da retorica progressista, che prometteva stabilità, crescita e autonomia strategica. Oggi quel sogno appare per ciò che era: una narrazione di copertura, utile a legittimare la più grande resa geopolitica mai compiuta dall’Europa in tempo di pace.
L’UE non è diventata né una potenza economica autonoma né una federazione politica. È diventata, piuttosto, un’area di sacrificio: un grande mercato privo di sovranità, subordinato a interessi finanziari extraeuropei, incapace di difendere le proprie catene di valore, le proprie fonti energetiche, la propria autonomia culturale. Il fallimento non è contingente: è strutturale. È inscritto nel suo DNA.
L’Europa come ideologia, non come progetto
Il peccato originale risale agli anni Novanta, quando il Trattato di Maastricht venne concepito nel clima euforico del “trionfo del mercato” dopo la dissoluzione dell’URSS. In quell’epoca si impose l’idea che il capitalismo deregolato non fosse solo un sistema economico, ma un orizzonte morale: la libertà di scambio come surrogato della democrazia, il capitale come vero motore della storia, la politica come mera funzione di servizio.
La costruzione europea assorbì questo dogma senza filtri. L’intervento pubblico venne progressivamente smantellato, la sovranità monetaria abolita, la competizione tra Stati elevata a principio ordinatore. Si immaginò che un mercato comune, privo di meccanismi correttivi, potesse generare spontaneamente una comunità politica. Fu l’errore teorico più grave: la confusione tra integrazione economica e integrazione politica.
In realtà accadde ciò che accade sempre in mercati ad alta competitività senza protezioni: emersero vincitori e vinti. Alcuni Paesi consolidarono posizioni di forza, altri furono progressivamente svuotati delle proprie risorse industriali. L’Italia rientra a pieno titolo in questo secondo gruppo, insieme a gran parte dell’Europa mediterranea.
Nel frattempo, il linguaggio democratico veniva sostituito da quello della “governance”. I governi non rispondevano più agli elettori, ma ai parametri, ai rating, agli algoritmi. La politica diventava un sistema automatico, privo di responsabilità e, soprattutto, di coraggio.
Dalla finanza alla guerra: l’Europa come provincia imperiale
Il mercato non è mai neutrale. È impersonale, sì, ma ha centri di gravità ben precisi. Il cuore del sistema finanziario occidentale è l’asse New York–Londra, il suo braccio politico è Washington. L’Europa, scegliendo di competere secondo regole neoliberali, si è collocata spontaneamente nell’orbita di questo blocco, rinunciando a qualsiasi ambizione di autonomia.
Negli Stati Uniti, supremazia nazionale e profitto finanziario coincidono. L’UE, adottando lo stesso paradigma, ha finito per importare non solo modelli economici, ma anche modelli culturali e istituzionali: università aziendalizzate, servizi pubblici gestiti come imprese, cittadinanza ridotta a consumo.
Questa egemonia culturale ha preparato il terreno a quella geopolitica. L’Europa ha appoggiato, senza mai opporre una vera resistenza, tutte le principali operazioni di riassetto militare statunitense: Afghanistan, Iraq, Jugoslavia, Libia. Ogni intervento veniva giustificato con la favola dei diritti umani, dell’emancipazione dei popoli, della “polizia internazionale”.
Nel frattempo, gli Stati Uniti smantellavano sistematicamente le catene di approvvigionamento europee. I principali produttori energetici indipendenti del Medio Oriente venivano destabilizzati, l’Iran isolato, la Russia trasformata in nemico sistemico. Con la guerra in Ucraina si è completata l’opera: l’Europa ha perso il suo principale fornitore energetico continentale e si è consegnata al GNL americano, molto più costoso e politicamente vincolante.
Oggi il continente non ha più margine contrattuale. Dipende da Washington per l’energia, per la sicurezza, per l’orientamento strategico. La sua “sovranità” è una formula vuota.

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