L’Europa scopre l’Iran (e il proprio fallimento)

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L’Europa si accorge tardi che l’Iran non è come lo immaginava e che la guerra in Medio Oriente è anche responsabilità occidentale. Gaza diventa modello: violenza normalizzata, diritto piegato. Il continente resta spettatore, incapace di incidere.

L’Europa scopre l’Iran

L’Europa, improvvisamente, scopre che il mondo non coincide con le sue rappresentazioni. Dopo mesi di narrazione lineare — l’Iran come entità monolitica, arretrata, sostanzialmente intercambiabile con qualsiasi altro “altrove” mediorientale — qualcosa si incrina. Non per un improvviso slancio di lucidità, ma per necessità: la realtà ha iniziato a disturbare il racconto.

Gli iraniani non stanno reagendo come previsto. Non chiedono di assomigliarci, non si riconoscono nel copione che abbiamo scritto per loro. E soprattutto non sembrano affatto convinti che la violenza — diretta o indiretta — esercitata dall’Occidente sia un invito alla modernizzazione. Piuttosto il contrario: ogni bomba, ogni sanzione, ogni minaccia contribuisce a consolidare una distanza che non è solo politica, ma culturale.

Il risveglio tardivo di un continente distratto

Il punto, però, non è la sorpresa, è il ritardo. L’Europa arriva sempre dopo. Dopo le guerre, dopo le crisi, dopo i disastri. E quando arriva, spesso lo fa con una postura moralistica che fatica a nascondere la propria irrilevanza. Nel caso del Medio Oriente, questa dinamica è ormai evidente.

Per mesi, di fronte alla devastazione di Gaza, il continente ha oscillato tra dichiarazioni prudenti e silenzi imbarazzati. Nessuna iniziativa incisiva, nessuna pressione reale, nessuna volontà di incidere sugli eventi. Il risultato è stato un vuoto politico riempito da altri attori, con logiche ben meno esitanti.

Eppure, se esisteva un contesto in cui l’Europa avrebbe potuto — o dovuto — esercitare un ruolo, era proprio questo. Non per generosità, ma per coerenza storica. Un continente che ha conosciuto il proprio lato più oscuro dovrebbe essere in grado di riconoscerlo quando riemerge.

Invece no. Si è preferito guardare altrove, come se la questione non riguardasse direttamente il nostro modello di sviluppo, le nostre alleanze, le nostre responsabilità.

Gaza come laboratorio politico

Quello che è accaduto a Gaza non può essere ridotto a un episodio. È stato, piuttosto, un banco di prova. Un luogo in cui si è sperimentata una forma di dominio che spinge alle estreme conseguenze alcune tendenze già presenti nel sistema globale: la disumanizzazione del nemico, la legittimazione della violenza preventiva, la trasformazione della sicurezza in un principio assoluto. Non è una deviazione. È una possibilità interna al modello.

E infatti quel paradigma si sta estendendo. Le operazioni israeliane in Libano, le aggressioni all’Iran, la progressiva normalizzazione di pratiche un tempo considerate inaccettabili: tutto sembra muoversi nella stessa direzione. Una direzione in cui il diritto diventa flessibile, l’etica negoziabile, la forza criterio ultimo.

L’Occidente americanizzato appare sempre meno come un soggetto unitario e sempre più come un campo attraversato da una trasformazione profonda. Una parte di esso — quella più legata alle logiche del nuovo capitalismo globale — sembra aver abbandonato ogni residuo di universalismo per adottare un approccio puramente funzionale: ciò che serve è giusto.

Il paradosso è che questa evoluzione viene spesso presentata come inevitabile. Come se non esistessero alternative. Come se la scelta fosse tra adattarsi o soccombere. E invece la scelta esiste. Solo che richiede uno sforzo che il dibattito pubblico fatica anche solo a immaginare.

Significa riconoscere che la violenza non è un incidente, ma una componente strutturale del sistema. Significa ammettere che il modello economico e politico che abbiamo costruito produce effetti che non possiamo più ignorare. Significa, soprattutto, decidere se continuare su questa traiettoria o provare a deviarla.

Il problema è che deviare implica conflitto. Non quello militare, ma quello politico, culturale, sociale. Implica mettere in discussione interessi consolidati, equilibri consolidati, narrazioni consolidate. Molto più semplice, allora, continuare a oscillare tra indignazione episodica e impotenza strutturale. Nel frattempo, il mondo cambia e non nella direzione che avevamo previsto.

 

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Sira Beker
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