L’Europa guarda la guerra come un videogioco

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In Europa la guerra tra Israele e Iran viene trattata come uno spettacolo digitale. AI, propaganda e governi marginali trasformano un conflitto reale in un videogame geopolitico. Mentre Trump e Netanyahu giocano la loro partita, il continente resta irrilevante.

L’Europa davanti alla guerra: spettatrice distratta e complice silenziosa

Se la guerra tra Usa, Israele e Iran può essere spiegata – almeno in parte – con la brutale grammatica della geopolitica, ciò che accade in Europa è quasi più sconcertante del conflitto stesso. Da Washington e Tel Aviv arriva una logica di potenza spietata, fatta di calcolo strategico e deterrenza militare. Nel vecchio continente, invece, domina una combinazione di distrazione morale, cinismo e superficialità che rende l’intero quadro ancora più inquietante.

Le conseguenze materiali della guerra arriveranno presto, e non solo sotto forma di immagini televisive. Il Medio Oriente resta il cuore energetico del pianeta: ogni escalation si traduce in oscillazioni del petrolio e del gas, e quindi in bollette più pesanti per famiglie e imprese europee. Donald Trump, che ha dimostrato più volte di considerare i mercati energetici come un campo di battaglia geopolitico, non sembra affatto dispiaciuto dall’idea di capitalizzare sui rialzi. Ma il punto non è soltanto economico.

Il problema più grave è la progressiva dissoluzione di qualsiasi principio elementare di civiltà nel discorso pubblico europeo.

La guerra come spettacolo digitale

Un segnale rivelatore è la modalità con cui la guerra viene percepita nel dibattito mediatico e nei social network. Il conflitto appare sempre più come un evento virtuale, un flusso di immagini che scorrono sullo schermo con la stessa consistenza narrativa di un videogioco.

Circolano fotografie generate con l’intelligenza artificiale, scenari iperrealistici ma completamente inventati, condivisi e commentati come se fossero cronaca. La distanza geografica diventa distanza emotiva: iraniani, libanesi o abitanti del Golfo vengono trasformati in personaggi di una simulazione collettiva. Pedine narrative dentro una storia che molti osservatori europei credono di comprendere meglio degli stessi protagonisti.

Questo atteggiamento rivela un altro errore più profondo: l’incapacità di cogliere la dimensione simbolica e religiosa del conflitto. L’uccisione di Ali Khamenei non è soltanto l’eliminazione di un leader politico. Per una parte significativa della società iraniana rappresenta la morte di una guida spirituale.

In un’Europa ormai ampiamente secolarizzata, dove la religione è percepita come un residuo culturale più che come una forza sociale, questo aspetto viene spesso ignorato. Eppure la figura della Guida Suprema possedeva una dimensione che trascendeva la politica. Anche molti oppositori del regime potrebbero percepirne la morte come un’umiliazione nazionale e religiosa. La categoria del martirio non è una metafora retorica ma un potente fattore di mobilitazione.

Chi analizza il Medio Oriente con le lenti del nichilismo occidentale rischia quindi di non capire nulla delle dinamiche che si stanno innescando.

L’Europa irrilevante e la politica come caricatura

Se il dibattito pubblico appare confuso, la risposta politica non è molto più edificante. In Italia, ad esempio, l’episodio che ha coinvolto il ministro della Difesa Guido Crosetto – rimasto bloccato a Dubai durante l’escalation regionale – è diventato il simbolo involontario di una classe dirigente che sembra sempre un passo indietro rispetto alla realtà.

Il problema non è il contrattempo logistico. Il problema è la sensazione diffusa che una parte della leadership europea affronti questioni di portata storica con l’atteggiamento di chi segue una partita televisiva: si commenta, si reagisce, ma non si incide minimamente sul corso degli eventi.

L’Italia guidata da Giorgia Meloni appare marginale sul piano internazionale. Non soltanto perché non dispone degli strumenti geopolitici per determinare gli equilibri del conflitto, ma anche perché sembra aver rinunciato in partenza a esercitare un ruolo autonomo. La marginalità diventa una strategia di sopravvivenza politica: meno responsabilità, meno decisioni difficili.

Francia e Germania tentano almeno di salvare la forma diplomatica. Ma anche le loro posizioni restano prudenti, quasi timorose di contraddire apertamente la linea statunitense. L’unica voce europea che ha espresso una critica più esplicita all’azione israelo-americana è quella del premier spagnolo Pedro Sánchez.

Il risultato è un’Europa incapace di opporsi alla logica di guerra che domina il sistema internazionale. Un continente che proclama il valore del diritto internazionale ma evita accuratamente di applicarlo quando gli equilibri geopolitici diventano scomodi.

Illudersi che l’attacco all’Iran possa produrre un cambio di regime appare, per ora, un esercizio di fantasia geopolitica. Al contrario, la dinamica più probabile è un irrigidimento interno del sistema politico iraniano e un aumento della repressione, giustificata proprio dall’aggressione esterna.

Nel frattempo la guerra continua a espandersi come un incendio regionale. Per Donald Trump e Benjamin Netanyahu la logica sembra semplice: destabilizzare per ridefinire gli equilibri di potere. Una strategia brutale ma coerente.

Molto meno coerente è l’atteggiamento europeo: indignarsi a giorni alterni, commentare la guerra come se fosse un talk show e sperare che, prima o poi, qualcun altro si assuma la responsabilità di fermarla.

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