Le parole di Khamenei e la guerra che l’Occidente non aveva previsto

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Il messaggio di Khamenei segna una svolta: l’Iran si prepara a una guerra lunga e logorante contro Stati Uniti e Israele. Le condizioni poste sono irricevibili e il conflitto rischia di espandersi. Tra crisi energetica globale e rischio nucleare, il mondo entra in una fase pericolosa.

Mojtaba Khamenei e il messaggio che cambia il quadro del conflitto*

Cinque giorni dopo la sua elezione alla guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei ha fatto arrivare il suo primo messaggio pubblico. Non un’apparizione trionfale, non una conferenza stampa con bandiere e slogan, ma un comunicato letto da uno speaker alla televisione di Stato. Un dettaglio che racconta molto della situazione reale.

Le notizie sulle sue condizioni restano confuse. È confermato che sia rimasto ferito negli attacchi iniziali, ma nessuno sa quanto seriamente. Le fonti governative parlano di danni limitati, l’opposizione sostiene il contrario. Come spesso accade in guerra, la verità probabilmente si trova da qualche parte nel mezzo.

Ma, in fondo, la questione è quasi secondaria. Che Khamenei sia pienamente operativo o che sia diventato soprattutto un simbolo gestito dall’apparato delle Guardie Rivoluzionarie conta relativamente poco. Il messaggio politico che è arrivato da Teheran non lascia molti margini di interpretazione. E soprattutto conferma una previsione che molti commentatori occidentali avevano ignorato con ostinata leggerezza.

L’idea che bombardare l’Iran avrebbe favorito un “regime change” rapido e indolore era una fantasia strategica. Non solo non ha indebolito il sistema politico iraniano, ma ha prodotto esattamente l’effetto opposto: ha rafforzato l’ala militare più dura e compattato il Paese attorno alla percezione di una minaccia esistenziale. Chi conosce minimamente la storia delle guerre contemporanee lo sa bene: i bombardamenti aerei non rovesciano i governi. Semmai li radicalizzano.

L’illusione occidentale e la realtà iraniana

La sorpresa manifestata da molti analisti occidentali nel vedere la struttura del potere iraniano reggere agli attacchi rasenta l’infantilismo geopolitico. L’Iran non è una fragile dittatura personale. È uno Stato complesso, con apparati di sicurezza profondamente radicati. Le Guardie Rivoluzionarie islamiche – l’IRGC – contano quasi duecentomila effettivi, controllano settori economici strategici, dispongono di intelligence, polizia interna e di una forte influenza sul clero sciita.

È una struttura che esiste da decenni. Scoprirlo oggi, come se fosse una novità, è il segno di quanto la narrazione occidentale abbia preferito sostituire l’analisi con la propaganda.

Il comunicato attribuito a Khamenei – o comunque al vertice del potere iraniano – è stato sorprendentemente lineare. Le condizioni poste per una possibile cessazione del conflitto sono quattro: ritiro delle basi militari statunitensi dalla regione, pagamento dei danni di guerra, riconoscimento del programma nucleare iraniano e garanzie internazionali che attacchi simili non si ripetano.

È evidente che queste condizioni sono irricevibili per Washington e Tel Aviv. Ed è proprio questo il punto. Il messaggio non era una proposta negoziale. Era un segnale politico: l’Iran si prepara a una guerra lunga.

Un conflitto che teoricamente potrebbe durare anni

Sul piano militare è impossibile fornire analisi definitive. Le informazioni provenienti dai fronti sono inevitabilmente contaminate dalla propaganda di tutte le parti coinvolte. Tuttavia alcune tendenze stanno emergendo con chiarezza.

Le basi statunitensi nella regione risultano estremamente vulnerabili. Israele vive ormai da settimane con la popolazione rifugiata nei bunker. Le perdite americane e israeliane sembrano verosimilmente superiori a quelle dichiarate ufficialmente.

Una notizia particolarmente significativa riguarda il possibile trasferimento di batterie antimissile THAAD dalla Corea del Sud verso il Golfo Persico. Se confermata, questa scelta indicherebbe una cosa semplice: gli Stati Uniti non erano preparati a uno scontro di questa intensità.

Spostare sistemi di difesa strategici dall’Asia orientale significa lasciare scoperto un teatro geopolitico delicatissimo pur di rafforzare un altro fronte. Per un impero militare che si presenta come onnipotente, non è esattamente un segnale rassicurante.

Nel frattempo il conflitto sta generando conseguenze economiche devastanti. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha parlato apertamente della più grave crisi petrolifera della storia moderna. Il rilascio di un terzo delle riserve strategiche mondiali è un gesto che raramente si vede in tempi di pace.

Il prezzo del petrolio ha già superato i cento dollari al barile e alcune previsioni parlano di possibili picchi a duecento. Tradotto: inflazione globale, recessione e tensioni sociali.

Il rischio della soglia nucleare

C’è poi una variabile che molti analisti cominciano a discutere sottovoce ma che pochi hanno il coraggio di affrontare apertamente.

Se l’Iran riuscisse davvero a infliggere costi crescenti agli Stati Uniti e ai loro alleati senza cedere, quale sarebbe la prossima mossa di Washington? La storia militare insegna che le potenze in difficoltà spesso cercano di ristabilire la superiorità attraverso l’escalation tecnologica. Nel linguaggio contemporaneo significa una cosa sola: armi nucleari tattiche.

L’ipotesi che qualcuno possa proporne l’uso non è più fantascienza strategica. E qui emerge il paradosso finale di questa guerra. Il conflitto è iniziato con l’idea di dimostrare la forza dell’Occidente e rovesciare un regime considerato ostile.

Oggi, invece, la guerra sembra trasformarsi lentamente in una partita di resistenza in cui il tempo gioca a favore di Teheran. Il cielo sopra Teheran è pieno di fumo, petrolio e droni. Ma la nube che si sta formando sopra il resto del mondo potrebbe essere molto più pericolosa.

 

* Un’analisi del conflitto che parte dalle riflessioni di Pieluigi Fagan

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