Le Giorgiche, croniche meloniane della grande madre

Le Giorgiche corrispondono al nuovo culto di Giorgia, del quale i media draghisti stanno profondendo scampoli ripetuti di lirica devozione.

Le mie Giorgiche

Di Fausto Anderlini*

Siamo alle Giorgiche, che poi considerato il rilievo tributato alla sovranità alimentare non sono così distanti dalle Georgiche virgiliane. Anche tenuto conto che il ruralismo fascista era animato da un sottofondo virgiliano, intriso di bucolica nostalgia per gli ideali aviti corrosi dalla modernità urbana.

Le Giorgiche corrispondono al nuovo culto di Giorgia, del quale i media draghisti stanno profondendo scampoli ripetuti di lirica devozione. La prima Presidente del Consiglio donna, evento storico impersonato da una ragazza impavida, self made woman, Santa Giorgia che inforca la virilità marciulenta di Salvini e Berlusconi. Inaffidabili anti Draghi. Mai calembour fu più intrigante.

Sicchè non è fuori contesto interrogarsi quale sia il posto di Giorgia nella mitografia del potere femminile. Atteso che è la destra, sia radicale che moderata, a offrire gli esempi più consoni e non solo per una casuale coincidenza empirica.

Bisognerebbe infatti chiedersi quanto non sia la sinistra stessa, con la sua innata aderenza all’emancipazione femminile e poi al femminismo, a non potere andare oltre una critica del potere (maschile). Una gabbia che la priva a priori di modelli dotati di mordente vaginocratico, se non di carattere meramente retorico.
Abbiamo dunque due esempi di donne-leader.

L’esempio più comune è quello delle diane cacciatrici d’estrazione nordica. Le euro-diane. In genere giovani donne emancipate animate da spirito guerriero nella difesa militare delle libertà civili costitutive della democrazia occidentale compiuta. Donne d’alta estrazione sociale, con ricco background formativo. Le Ursule, le Metsola, le Sanna Marin, sebbene di vario orientamento politico e con inclinazioni che possono volgere al filantropismo militante tutte espressione agguerrita e compiaciuta dell’avvenuta parità di genere.

In realtà nessuna di queste donne ha una funzione leader riconosciuta. Non hanno seguito, non infervorano masse e non si sostengono ad alcuno spirito timotico dotato di forza trascendente. Sono piuttosto prodotti di un apparato di potere (più spesso la tecnocrazia europea) che se ne serve nella funzione front-desk e al di fuori del quale non sono capaci di alcuna autorevolezza.

Unico tratto squisitamente femminile nella interpretazione del ruolo precostituito essendo al più solo un certo intransigentismo isterico, ovvero uterino. Le donne del Pd, per intenderci, se solo potessero essere issate alla guida per intercessione dell’apparato di potere.

Meloni abbaia, Marin morde: l'ipocrisia liberal dell'indignazione a targhe alterne

L’altro esempio, quello più forte, è quello della ‘grande madre’ politica

Il mito artemideo e matriarcale incarnato in politica. Mito mediterraneo che però non ha mai avuto alcuna traduzione nei paesi contro-riformisti, essendo inibita tale eventualità, come bene spiega Ernst Bernhard, il grande psicanalista junghiano, dalla funzione surrogatoria della Chiesa (essa stessa grande madre, sia nel suo lato attivo che passivo, come luce e come ombra, misericordioso ma anche persecutorio) e del fascismo.

Quest’ultimo una forma nevrotica di patriarcalismo patologicamente virilistico (sino alla misoginia e a una latente omosessualità) che ha all’origine un ambiente culturale permeato dalla dipendenza irrisolta dalla grande madre.

Esempi emblematici di grande madre, nelle loro diverse sfaccettature, quello di Margaret Thacther e di Angela Merkel. Paradossalmente espresse da ambienti nordici e riformati.

La prima incarnazione di una madre cattiva, sadica e severa, piuttosto un grande padre in gonnella all’ennesima potenza che esige rendimento ed espone i minorati sociali senza alcuna pietà. Che mette in riga uomini politici disossati se non effeminati (fra i tories hanno sempre albergato folti gruppi di omosessuali). La seconda espressione di una ‘grandezza’ più temperata, severa, autorevole, ma anche accogliente e comprensiva. In entrambi i casi si tratta di donne-capo, capaci di imporsi come leaders proprio in virtù di marcati caratteri femminili.

Il caso di Giorgia, non appartiene, con ogni evidenza a nessuno dei due tipi. Non è grande madre per età, assenza di casato, storia personale (quasi una trovatella, che ha surrogato il padre assente e smidollato con la militanza fra i camerati, essi stessi coetanei e sovente sbandati), ma soprattutto per indole psicologica.

Men che meno ha a che vedere con le diane cacciatrici della tecno-politica europea, con le quali non condivide nè l’algida bellezza standardizzata, nè i curricola formativi d’eccellenza e men che meno l’orientamento protettivo verso le vergini e le donne in genere. Infatti ama circondarsi di uomini in ossequio alla vita cameratesca, piuttosto che di donne (quasi assenti, non per caso, nel suo governo).

In ciò esibendo una forma di gelosia molto comune nelle donne esercenti il potere, malgrado ogni ipocrita esaltazione della ‘sorellanza’, ma nel suo caso spinta a livelli infantili e patologici. Le sue urlate esternazioni di donna e di madre tradizionale non sono altro che il suggello perverso della sua vera e antipodica natura di ‘ragazza madre’, tal quale in effetti è. Se si deve collocarla in una mito-biografia specifica Giovanna D’Arco è il prototipo a mio parere più adeguato.

Altrove l’ho chiamata la pulzella littoria, termine che qui ripropongo. Cioè la ragazza tutto fuoco e ispirazione che sprona i maschi alla battaglia, esponendo i pavidi, i traditori e che si compiace di umiliare i maschi ormai impotenti e invorniti (Berlusconi e Salvini) che vorrebbero sottometterla.

Per quanto sia lessico comune esaltarne le doti di leadership, non v’è alcuno che veda in essa l’incarnazione severa di guida della ‘grande madre’. Il sottofondo non dichiarato di tutta questa pelosa accondiscendenza è piuttosto quello che la vede come bambolina spaesata, figlia persa sebbene volenterosa, bisognosa di comprensione, incoraggiamento, accompagnamento. Bisognosa di protezione.

È il modo col quale il ‘sistema’ mira ad avvalersene, irregimentandola. Cogliendo il suo vero punto debole. Mettendole il cappello in testa. Anzi l’elmetto. Che cosa sono le cure assidue di Draghi se non quelle del nonno comprensivo che la prende in carico surrogando l’assenza fisica del padre? (altro che nonno d’Italia, piuttosto il nonno di Giorgia). Che fra i due ci sia un transfert anche affettivo di apprendistato è evidente. Mentre è evidente l’insufficienza della funzione tutoria ad operai dei masnadieri fascisti. Tuttalpiù una guardia pretoria, da remunerare con lauti pasti e concessioni iconografiche, ovvero labari e vessilli neri.

Mitografia ed iconografia si tengono insieme nell’inusitato quadro politico nazionale e nell’esperimento polacco, se non georgiano, che l’establishment ha deciso di varare. La tutela draghiana ha come posta l’obbedienza ai dettati dei due piloti automatici: la Nato e l’Europa (quest’ultima finchè dura). Politica estera e politica economica. Rispettate le quali ogni licenza è concessa.

Anzi una sana battaglia iconografica a suon di simboli ideologici e diritti civili denegati è augurabile a ciò che le linee guida del pilota possano agire indisturbate. Anche ravvivando la democrazia pseudo sovrana nel suo lato più fatuo e decorativo. Mangime per gli allocchi. Nel nome di Giorgia.

* grazie a Fausto Anderlini

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli