Il doppio incubo che turba i sonni dei democratici, in mancanza di altro da proporre: la fiamma tricolore e l’ombra del fascismo.
Di Fausto Anderlini*
La fiamma tricolore
Questa intimazione ad abbandonare la fiamma tricolore è una ciofeca, persino controproducente. A ben pensarci Fratelli d’Italia, col suo esplicito richiamo al Movimento Sociale, è per estremo paradosso l’unico partito ancora tracciabile secondo l’iconografia della prima Repubblica.
Mentre tutti gli altri sono di tipo nuovo, ovvero post-costituzionali e post-ideologici. Con riferimenti di valore laschi e depurati nell’indistinzione e con simboliche che rinviano a cromatismi astratti e/o a loghi commerciali.
Chi fra di loro ha una storia alle spalle preoccupato soprattutto di ignorarla o nasconderla come un peccato vergognoso. La fiamma evidenzia e rammenta il chi è di Fratelli d’Italia: un partito che trae ispirazione dalla repubblica di Salò, come l’Msi di Giorgio Almirante. Rifondatosi dopo l’esperienza annichilente del Pdl e la snaturante svolta finiana di Fiuggi. Una rifondazione fascista. Un principio di tracciabilità così che l’acquirente sappia quel che compera.
Fd’I è anche la prova che l’evidenza di una nostalgia ideologica, cioè di una identità differenziante esibita con orgoglio, non è d’ostacolo nella conquista di elettori sul mercato umorale, mobile e interessato del ‘pigliatutti’.
Anche perché la gente di questi richiami ideologici non ne sa mezza e se inclina a un fascismo sui generis è solo perché si è abbeverata a luoghi comuni elementari (il fascismo ha fatto anche cose buone, i treni arrivavano in orario, ecc. ecc.) o cruenti (il fascismo è come il comunismo, ma quest’ultimo è peggio) che il pensiero mediatico dominante in epoca di revisionismo neo-liberista ha dispiegato sul pubblico in dosi industriali.
Del resto è su questa lunghezza d’onda che si è tosto sintonizzata nel suo messaggio trilingue la Meloni. Condanna del fascismo in quanto dittatoriale e complice della persecuzione anti-ebraica, ma ultracondanna del comunismo che ha fatto di peggio. Con ciò giustificando il fascismo, in fondo, come mero eccesso di reazione preventiva.
La teoria revisionista che lo stesso Parlamento europeo ha fatto propria, con toni neanche tanto soft. Togliendo la fiamma dal simbolo Fd’I sarebbe del resto sospinto a praticare una vita di marrana doppiezza, rendendolo così ancor più pericoloso.
I fascisti son perniciosi non perché ripristineranno l’epopea del Duce togliendolo una volta per tutte dalla damnatio memoriae, ma perché faranno il servizio sporco alla democratura liberista. Come è nella loro natura. Ed è bene che ciò si sappia.
Una strana pulzella littoria
Non si ha memoria di gran donne né in epoca fascista né post-fascista. La Mussolini era un’attricetta piena d’affezione per il nonno e donna Assunta una specie di Rachele senza corna. La pulzella littoria è invece un prodotto di tipo nuovo.
Né una matriarca né un angelo del focolare, men che meno una scafata e scarfattiana Santanchè. Neppure una amante eroicamente appassionata come la Petacci. Piuttosto una specie di ordinaria ragazza madre di umili origini, anche un po’ sgualcita dalla vita ma illuminata da una vocazione redentiva.
Come tale non tiene a bordone i maschi immaturi, nevrotici e testosteronici del branco con la fascinazione mediterranea della grande madre conservatrice (trattata mirabilmente da Bernhard nel suo rapporto col fascismo).
Severa e dispotica come la Thatcher o autorevolmente comprensiva come la Merkel. Essa li affascina e li mette in fila perché suscita un catartico istinto di protezione verso un fragile corpo insufflato di determinazione, offrendo una via espiativa e purificatrice, comunque compensativa, alla meschinità maschilista che li alligna.
È Giovanna d’Arco al ponte delle Tourelles. Incanta, mobilita, galvanizza i seguaciche fanno scudo al suo corpo. In attesa che essi si buttino sul bottino soddisfacendo la fame atavica patita nelle fogne (come già avvenne nel sacco di Roma consumato da Alemanno e soci).
I papponi che trasformano la vieta protezione in una nobile funzione, come De Niro in Taxi driver (nel gruppo, stando ai sussurri anche un insospettabile Mario Draghi, il nonno d’Italia).
La Meloni è un tipo femminile che sconcerta tutto il mainstreaming femminista dei democrat. Le cui donne, ormai omologate secondo un unico modello èlitario e meritocratico di emancipazione borghese sono incapaci di alcun originale carisma femminile. Giorgia è come avvolta in un mito che si fa fatica a sfatare.
La pulzella littoria redime una intera storia di sudditanza patita dalle donne fasciste: parco di animali da monta, per diletto o procreazione, del maschio alfa. Un fascismo al femminile, che rivendica, come nella sua natura, il principio di gerarchia e la divisione dei ruoli nel calco della tradizione, ma emancipato dalla satiriasi mussoliniana del Cesare fallico. Dietro di lei, ma anche davanti, stanno i lupi.
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