Da Bad Godesberg a Conte, le anomalie del riformismo italiano

Non esiste più nella politica italiana una formazione di derivazione socialista. Solo dei residui di ceto politico dislocati nei dintorni dei vari agglomerati del riformismo italiano.

Le anomalie del riformismo italiano

Di Fausto Anderlini*

“Il riformismo era imbrigliare il capitalismo sulla base delle esigenze sociali….oggi è imbrigliare le questioni sociali sulla base delle esigenze del capitalismo…” (Massimo D’Alema, intervista a Il Fatto quotidiano, 5 Ottobre 2022)

Ottima definizione. La base di un programma identitario, che nella sua stringatezza potrebbe figurare come una rettifica di Bad Godesberg. Dopo quello di Gotha e di Erfurt, per attenersi alla sacra famiglia teutonica, il ‘programma del Fatto’.

Nella realtà contemporanea difficile dichiararsi socialisti o anche semplicemente ‘progressisti‘ o di ‘sinistra‘ senza attenersi alla prima definizione del riformismo. Che però è tutto quanto resta, come minimo sindacale, di una visione che nel passato aveva uno spessore ben più determinato.

Il fine ‘ultimo’ venendo qui a coincidere con una società capitalista democratica perchè socialmente temperata. Comunque una sfumatura ancora sufficientemente marcata rispetto all’idea liberista di una società capitalistica emancipata da ogni vincolo sociale ad essa ostativo.

Il programma socialista prima di Bad Godesberg, come nel testo chiave del Programma di Erfurt redatto da Kautski, Bebel e Bernstein, si identificava con la meta di una società emancipata dal capitalismo e dallo sfruttamento, cioè fondata sulla socializzazione dei mezzi di produzione. Idea condivisa anche dalla corrente comunista, che però si differenziava rispetto ai mezzi: per via rivoluzionaria, anche anticipando i tempi, anzichè per la via democratica e gradualista, ovvero di determinismo evolutivo, in una transizione prolungata costellata di tappe intermedie.

La nuova Bad Godesberg della sinistra italiana 3

Inoltre mentre il socialismo postulava una società statalizzata, il comunismo considerava il socialismo di Stato un momento transitorio verso una società sostanzialmente uniformata all’ideale anarchico. Differenze interessanti soprattutto in considerazione degli effetti perversi consegnati dalla storia, ma quasi irrilevanti rispetto alla sostanziale coincidenza del telos costituito da una società basata sulla socializzazione dei beni capitali. Finale o intermedia che fosse.

Bad Godesberg significò la rinuncia al marxismo e alla lotta di classe, l’accettazione della società di mercato e la rinuncia alle nazionalizzazioni, senza però derogare da un qualche ruolo regolativo dello Stato e dalla rappresentanza della forza-laoro industriale. In seguito il socialismo è andato ben oltre sicchè della sua origine è rimasto sostanzialmente nulla, salvo qualche arredo simbolico. Le ‘terze vie’ hanno aderito per intero al capitalismo globale e alle idee moderniste che lo hanno accompagnato, mettendo in mora persino la governance corporativa affidata ai sindacati e l’universalismo redistributivo del welfare.

Malgrado la formazione del Pse come aggregato familiare europeo ogni partito socialista nazionale ha applicato la sua ‘terza via’ a modo proprio, non arrivando mai alla definizione di un indirizzo strategico comune. Nel mentre la via comunista del socialismo di stato è crollata assieme all’Urss.

La nuova Bad Godesberg della sinistra italiana 2

La storia italiana è segnata dall’anomalia. Il programma socialdemocratico è stato incarnato in modo originale dal Partito comunista, su una linea per molti aspetti affine a quella del programma kautskiano di fine ottocento, sebbene emendato dalla cultura positivista e l’uso in sua vece dello storicismo gramsciano come anima della cultura politica.

Il Pci togliattiano si spinse così avanti da anticipare alcuni elementi del programma di Bad Godesberg come la rinuncia ad ogni forma integralista di operaismo e l’attenzione ai ceti medi (Ceti medi ed Emilia rossa è un discorso che Togliatti tenne a Reggio emilia nel ’46, tredici anni prima del raduno epocale della Spd…..).

Comunque il Pci non rinunciò mai all’idea di una società socialista come proprio fine. Ancora nel suo ultimo periodo di vita Berlinguer inquadrava la politica del Pci come volta a introdurre ‘elementi di socialismo’ nella società italiana. Una visione gradualista di tipo classico, come tale degna di Bernstein.

Altre anomalie del caso italiano un partito socialista che si è presto spiantato dalle sue basi sociali secondo un format molto mediterraneo di classi medie affidato alle cure di un notabilato di governo e la presenza di una componente cristiano-sociale innervata nel privato-sociale e competitiva rispetto al socialismo.

Una volta finita la lunga marcia del Pci e deflagrata la crisi del sistema dei partiti della prima repubblica, il retaggio di tali anomalie ha finito per condensarsi in una anomalia suprema quanto perversa: l’occupazione dello spazio proprio della socialdemocrazia ad opera di un partito, il Pd, intimamente contraddittorio.

Nato per portare a sintesi, superandole, le anomalie storiche della sinistra italiana, ne ha semplicemente prodotto la rottamazione per poi evolvere in altra cosa: un partito elettoralistico e governista radico-liberale. Sorta di succursale locale dei democrats d’oltre-atlantico. Come tale persino anomalo rispetto alla tradizione politico-familiare europeo-continentale.

Risultato: non esiste più nella politica italiana una formazione di derivazione socialista. Solo dei residui di ceto politico interni al Pd o dislocati nei dintorni (le ‘colonne’ individuate da Bersani che io interpreto come una felice metafora carbonara, se non marrana) la cui biografia è marcata dal corso delle anomalie primigenie surrogatorie del ‘socialismo’. Comunisti transitati al liberismo democratico coltivando il socialismo in incognito, clandestinamente.

Una classe politica certamente tracciabile, nei pregi come nei difetti, nella sua vocazione riformista, ma il cui peccato capitale è stato di avere svoltato altrove ogni volta che si è offerta l’occasione per la costituzione di un partito socialdemocratico adattato alle nuove realtà ma saldo nella sua vocazione sociale e ben strutturato nella forma,

Ma contro la disuguaglianza, che è una zavorra per l’economia e per la democrazia, le colonne per contrastarla la sinistra le sa da sempre: diritti e dignità del lavoro, fiscalità progressiva, welfare universalistico. Noi, con tutti i limiti e gli errori abbiamo il know how di queste cose.” Pier Luigi Bersani, post del 23 Settembre.

Se dunque veniamo da un insieme di anomalie lasciate irrisolte è improbabile che una tara storica possa essere corretta fuori tempo massimo. Confidando nella professionalità di operatori certamente abili e rinomati ma nondimeno incapaci di sottrarsi, strada facendo, al destino d’essere orfani di un loro partito. Albo al quale anch’io sono iscritto, per quanto come mero e confusionario apprendista.

Che i Cinque stelle si siano trovati a coprire lo spazio lasciato inevaso dal socialismo è un dato di fatto. E a ben pensarci si inscrive naturalmente nel corso delle italiche anomalie. Se in passato la funzione socialdemocratica e integrazionistica è stata svolta da un originale partito comunista, non è detto che tale felice paradosso non possa ripetersi attraverso un movimento ‘populista’ post-moderno a carattere giacobino. Non poi così distante, ad analizzare le cose finemente, dalle origini anarchiche del comunismo. Comunque un evento altamente desiderabile.

Se per essere socialisti come insegna D’Alema vale l’obiettivo di un capitalismo socialmente riformato (cioè imbrigliato), la distanza da colmare non è poi così grande. L’agenda di Conte basta e avanza. Mentre dove alberga l’agenda Draghi non c’è posto nè per quella di D’Alema, nè per quella di Bersani.

La sinistra e Giuseppe Conte, odio e amore ma il dialogo è ineludibile

* Grazie a Fausto Anderlini

 

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