www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Dalla “guerra giusta” del 1990 alla “guerra globale al terrore”, l’Occidente ha trasformato il nemico in fantasma giuridico. Tra resilienza e tecnocrazie, la guerra è diventata impolitica, morale, permanente. Così il “danno collaterale” si fa strategia e la diplomazia un fastidio.
Come ci siamo arrivati?
Per anni i soffici sorrisi della sapienza borghese stavano lì ad ammonirci per le nostre rimostranze adolescenziali, scalpitanti. La serafica modalità della saggezza di potere, quella rilassatezza mondana che predica temperanza prima di lanciare giudizi irrimediabili, redarguiva, a volte anche con sopportazione paternalistica, le denunce argomentate, ma espresse con esagerata veemenza, sull’Occidente post-democratico. Si predicava, con sguardi divertiti, e forse indulgenti, calma, misurazione, pacatezza.
Questa confidenzialità illuminata è stata poi istituzionalizzata nel concetto di resilienza. Il resiliente sopporta la nuova dittatura lavorando su sé stesso. Sulla propria euforia imprenditoriale. Così, dopo aver accettato i poteri delle Commissioni Europee, dove i tecnici, privi di legittimità popolare, declinavano politiche a favore dei profitti, ormai arresi, assistiamo alla nascita di un ente privato, presieduto da miliardari paffuti, che rivendica orgogliosamente l’elaborazione industrializzata di un genocidio, perché le macerie, i corpi dilaniati dalle bombe, gli scheletri dei bambini ricoperti di fango, allettino gli investitori.
Questo lungo percorso verso l’orrore parte dalla logica indiscutibile della “guerra globale al terrore“; quel richiamo planetario alla distruzione del terrorismo che fu annunciato dopo l’11 settembre. In verità l’idea di “guerra giusta” già dal 1990 fu irradiata tramite le televisioni collegate con quella sorta di videogioco esposto in diretta da Baghdad. Lì si concepì quel militarismo umanitario che riabilitò la guerra offensiva.
Nessuna dichiarazione di guerra, nessuna simmetria geometrica tra gli eserciti schierati nei campi di battaglia, nessuna convenzione internazionale, nessun trattato di pace, nessun confine da conquistare, nessuna ambasciata da richiamare. L’indeterminatezza del nemico, contenuta nell’affermazione “guerra globale al terrore”, lo disumanizzava. Gli esseri umani diventavano “danni collaterali“.
Il canone del diritto internazionale si semplificava rendendo la guerra sostanzialmente impolitica: da un lato la civiltà, l’impero del Bene, dall’altro il primitivismo barbaro, l’impero del Male.
Il nemico non ha alcuna dignità militare, politica, umana. Guantanamo, Abu Ghraib sono luoghi extraterritoriali nei quali non si detengono prigionieri di guerra o cittadini con protezione costituzionale, ma fantasmi incorporei, umanità mal programmata. Diventano criminali comuni, fanatici internazionali. Per la loro cattura non esiste alcuno Stato da coinvolgere. Si possono bombardare le città senza il fastidio recapitare dichiarazioni di guerra nelle capitali.
Tutti sono potenziali terroristi: il confine tra civili e militari diventa inafferrabile. Così il danno collaterale diventa obiettivo strategico. Così è montato impunito l’olocausto palestinese.
Le polarizzazioni civiltà/barbarie, democrazie/tirannie, cultura/oscurantismo, escludono dalla scena terze parti e in particolare la diplomazia. Per questo motivo l’impianto che ha garantito l’equilibrio del Secondo dopoguerra è stato disintegrato, per questo motivo le Nazioni Unite vengono ripetutamente derise. Per questo motivo si può esibire impunemente quello squadrismo giornalistico in grado di pestare a sangue Francesca Albanese, che delle Nazioni Unite è Relatrice Speciale.
Se la guerra, se l’imperialismo, si nascondono nell’azione morale non ci sono altre conclusioni se non la completa distruzione del nemico e la sua umiliazione collettiva. Ma questo orientamento filosofico è stato masticato e digerito con gusto in questo quarantennio. Il Board of Peace ne è la sua incarnazione svelata, e quindi ancor più crudele.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Totalitarismo democratico: persuasione finita, repressione aperta
- Il nuovo cittadino esemplare: la democrazia senza domande
- Due pesi, una sola fede: l’anti-trumpismo europeo si ferma a Caracas
- Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













