La guerra di Trump che rischia di fargli perdere il Congresso

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La guerra all’Iran rischia di diventare un boomerang per Trump: sondaggi negativi, Repubblicani nervosi e prezzi dell’energia in aumento minacciano le Mid Term. Se il Congresso dovesse passare ai Democratici, il presidente americano potrebbe uscire politicamente dimezzato.

La guerra diventa un problema elettorale per Trump

La guerra all’Iran doveva essere, nelle intenzioni della Casa Bianca, l’ennesima dimostrazione di forza geopolitica. Un’operazione rapida, chirurgica, con l’immancabile narrativa della sicurezza nazionale e della deterrenza globale. In altre parole: la classica guerra breve che rafforza il presidente in carica. Il problema è che la realtà, come spesso accade, non ha letto il copione.

A Washington si sta lentamente materializzando uno scenario che per Donald Trump è forse più inquietante di qualsiasi missile iraniano: la disintegrazione del consenso interno. Non tra gli avversari – quello era scontato – ma dentro il suo stesso campo politico.

La guerra, iniziata con il sostegno convinto di Benjamin Netanyahu e con il plauso di una parte della base conservatrice americana, rischia ora di trasformarsi in una trappola politica perfetta proprio a pochi mesi dalle Mid Term.

I numeri parlano chiaro e negli Stati Uniti, dove i sondaggi sono quasi una disciplina scientifica, i numeri contano più di qualsiasi discorso patriottico. Secondo la media dei sondaggi elaborata da RealClearPolitics, circa il 50% degli americani si dichiara contrario al conflitto, mentre il sostegno si ferma intorno al 43%. Numeri che, presi isolatamente, sarebbero già preoccupanti. Ma inseriti nel contesto elettorale diventano un campanello d’allarme assordante.

Ancora più delicato il dato sul gradimento presidenziale: Trump oscilla attorno al 43% di approvazione, mentre oltre il 54% degli elettori esprime insoddisfazione per il suo operato. Tradotto nel linguaggio crudo della politica americana: un presidente vulnerabile.

E se questo non bastasse, i sondaggi sul cosiddetto generic congressional vote – l’indicatore che misura l’orientamento degli elettori verso i partiti al Congresso – mostrano i Democratici in vantaggio sui Repubblicani. In altre parole, la guerra rischia di consegnare il Congresso all’opposizione.

Il caos strategico della Casa Bianca

Nel frattempo, mentre i sondaggi peggiorano, la linea politica della Casa Bianca appare sempre più oscillante. Lo ha osservato con una certa freddezza il Wall Street Journal, che ha descritto un clima di evidente incertezza nella gestione del conflitto. Trump alterna dichiarazioni che lasciano intendere una rapida conclusione della guerra ad altre in cui promette di andare “fino in fondo”. Un giorno il conflitto è quasi finito. Il giorno dopo potrebbe intensificarsi. Una strategia che più che una dottrina militare sembra una trattativa con sé stesso.

Dietro le quinte, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, alcuni consiglieri presidenziali starebbero spingendo per trovare rapidamente una via d’uscita. L’idea è semplice: dichiarare che gli obiettivi militari sono stati raggiunti e chiudere il capitolo prima che il costo politico diventi ingestibile. Il problema è che la guerra ha sempre una pessima abitudine: non termina quando lo decide la comunicazione politica.

Il fattore che spaventa davvero Washington

Se c’è una cosa che negli Stati Uniti decide le elezioni più delle guerre e dei discorsi patriottici, quella cosa si chiama benzina. E su questo fronte le notizie sono tutt’altro che rassicuranti.

Secondo il New York Times, dall’inizio del conflitto con l’Iran il prezzo della benzina negli Stati Uniti è aumentato di circa il 17%, arrivando a 3,48 dollari al gallone. Un aumento che può sembrare marginale sulla carta ma che per milioni di automobilisti americani si traduce immediatamente in un aumento del costo della vita.

Il meccanismo è semplice e brutale: quando il petrolio sale, salgono anche i prezzi di tutto il resto. E quando i prezzi salgono, il partito al potere paga il conto alle urne.

Il Washington Post ha sottolineato come il prezzo del petrolio abbia toccato livelli vicini ai 120 dollari al barile, i più alti dai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina. Una volatilità che ha già messo in allarme molti parlamentari repubblicani impegnati nella campagna elettorale.

Il paradosso è evidente. Trump aveva costruito gran parte della propria narrativa economica sull’idea di una America prospera e con energia a basso costo. Ora quella narrativa rischia di essere travolta proprio dalla guerra che avrebbe dovuto dimostrare la sua leadership globale.

Il rischio di un presidente dimezzato

Per il presidente americano lo scenario più temuto non è la sconfitta militare – eventualità peraltro improbabile nel breve periodo – ma la perdita della maggioranza al Congresso. Se i Repubblicani dovessero perdere il controllo di uno o di entrambi i rami parlamentari, Trump si troverebbe improvvisamente nella condizione più temuta da qualsiasi presidente: governare senza potere reale.

Un presidente formalmente in carica ma politicamente limitato. In altre parole, la guerra che doveva rafforzarlo rischia di trasformarsi nella guerra che gli costerà il Congresso.

E se c’è una cosa che la storia politica americana insegna, è che quando la benzina aumenta e le elezioni si avvicinano, l’eroismo geopolitico perde improvvisamente molto del suo fascino.

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