La giustizia come ostacolo: la riforma che piace ai nuovi padroni

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La riforma della giustizia non riguarda le carriere dei magistrati ma l’equilibrio dei poteri. È l’ultimo passo di un processo che indebolisce i contropoteri per adattare lo Stato alle esigenze del nuovo capitalismo, sempre meno disposto ad accettare limiti giuridici.

La riforma della giustizia è solo il pretesto: il bersaglio è lo Stato di diritto

C’è una qualità insolita, quasi disarmante, nel dibattito sulla riforma della giustizia: la franchezza. Per una volta, il linguaggio politico ha smesso di travestirsi da tecnicismo e ha mostrato il proprio obiettivo senza troppe metafore. Ridurre il peso della magistratura, rafforzare l’esecutivo. Detto, fatto. Almeno su questo, niente ipocrisie.

Il fronte favorevole alla riforma si presenta come un mosaico eterogeneo: centristi in cerca di identità, reduci di stagioni politiche passate, riformisti instancabili — cioè instancabilmente orientati a riformare sempre nella stessa direzione — e frammenti di un ceto politico che da anni vive di sopravvivenza tattica. Tutti uniti da una parola chiave: separazione delle carriere.

Una parola rassicurante, quasi neutra. Sembra una questione da manuale di diritto, una di quelle che si discutono tra specialisti. Peccato che, nella pratica, quella separazione esista già quasi completamente. I passaggi tra funzione requirente e giudicante sono marginali, statisticamente irrilevanti. Ma allora perché tanta insistenza?

Perché la questione non è giuridica. È simbolica. La separazione delle carriere funziona come un cavallo di Troia elegante: consente di intervenire sull’equilibrio tra i poteri dello Stato senza dichiararlo apertamente. Si parla di efficienza, ma si agisce sulla struttura. E qui emerge il primo elemento di sincerità: quando alcuni esponenti dell’esecutivo ammettono che la riforma serve a riequilibrare — cioè ridimensionare — la magistratura, stanno semplicemente dicendo ciò che normalmente verrebbe nascosto sotto strati di retorica.

Una trasformazione iniziata da lontano

Il problema è che questa riforma non è un episodio isolato. È l’ultimo capitolo di una lunga sequenza. Negli ultimi trent’anni, l’architettura democratica italiana è stata progressivamente erosa. Non con un colpo di mano spettacolare, ma attraverso una serie di interventi apparentemente scollegati. La fine del sistema proporzionale, la dissoluzione dei partiti di massa, la delegittimazione delle forme di partecipazione collettiva. Tutti passaggi che hanno ridotto la capacità di organizzazione della società.

Nel frattempo, il Parlamento ha perso centralità. La decretazione d’urgenza è diventata prassi, la rappresentanza è stata compressa, il potere decisionale si è concentrato nell’esecutivo. Parallelamente, scuola e università sono state progressivamente piegate a logiche di mercato, mentre il lavoro si è trasformato in una condizione sempre più instabile.

A questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: la dimensione culturale. Il neoliberismo non è stato solo un insieme di politiche economiche. È stato un processo di ridefinizione del senso comune. Ha lavorato per svuotare i corpi intermedi — partiti, sindacati, stampa — trasformando la società in una somma di individui isolati. I contropoteri diventano fastidiosi. Non perché inefficaci, ma perché ancora esistono.

Il diritto come ostacolo

La riforma della giustizia va letta dentro una trasformazione più ampia, che riguarda il capitalismo contemporaneo. Un capitalismo che sta abbandonando la retorica della concorrenza per abbracciare apertamente la logica della concentrazione.

Non è un’interpretazione ideologica. È una dichiarazione di intenti. Quando figure come Peter Thiel sostengono che la competizione è un limite e non un valore, stanno semplicemente formalizzando ciò che già accade. Il mercato non è più un campo aperto: è uno spazio da controllare.

Lo Stato di diritto rappresenta un vincolo. Le regole, i tribunali, i controlli giuridici introducono attrito. Limitano la possibilità di esercitare il potere in modo diretto, immediato.

Non sorprende allora che si diffondano modelli giuridici “flessibili”, zone grigie dove la normativa si adatta alle esigenze del capitale. I paradisi fiscali, le giurisdizioni opache, le aree di extraterritorialità non sono anomalie: sono anticipazioni di un modello.

Indebolire la magistratura significa intervenire su uno dei pochi argini rimasti. Non si tratta di correggere eventuali eccessi. Si tratta di ridefinire il rapporto tra potere economico e potere giuridico. Chi sostiene la riforma in nome del garantismo o dell’efficienza probabilmente guarda il dettaglio e perde di vista il quadro. Il punto non è migliorare il funzionamento dei tribunali. Il punto è trasformare la funzione del diritto.

Quando il diritto smette di essere un limite e diventa uno strumento, la democrazia cambia natura. Non scompare. Si adatta. Diventa più leggera, più veloce, più “efficiente”. E decisamente meno capace di opporsi al potere. Il paradosso è che tutto questo avviene senza bisogno di nascondersi troppo. Basta usare le parole giuste e, soprattutto, contare su un pubblico abituato a non chiedere cosa significhino davvero.

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Sira Beker
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