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Date impossibili, droni nascosti nei garage, finestre da non aprire e dichiarazioni contraddittorie sulle crisi globali: la diplomazia del ministro Antonio Tajani si muove tra prudenza istituzionale e gaffe memorabili. Il risultato è una politica estera spesso involontariamente comica.
Tajani e la geopolitica secondo il calendario immaginario
La diplomazia è una materia complessa. Richiede precisione, cautela, una certa padronanza del linguaggio e – possibilmente – anche del calendario. Non sempre però queste qualità sembrano accompagnare le dichiarazioni pubbliche del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che negli ultimi tempi è riuscito a trasformare alcune comunicazioni istituzionali in momenti di involontaria comicità politica.
Prendiamo una delle gaffe più note. Nel commentare l’attacco all’Iran, il capo della Farnesina ha collocato l’evento in una data memorabile: “sabato 31 febbraio”. Una data che, come è noto, non esiste nemmeno nei calendari della Terra di Mezzo tolkeniana. Un lapsus, certo. Ma pronunciato dal responsabile della diplomazia di uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea, il lapsus ha rapidamente fatto il giro delle redazioni.
Purtroppo per il ministro non si tratta di un caso isolato. La gestione comunicativa delle crisi internazionali da parte di tajani ha spesso oscillato tra prudenza diplomatica e dichiarazioni che sembrano scritte da un ufficio stampa sotto psicofarmaci.
L’ultima performance è recentissima e riguarda ancora il conflitto in Medio Oriente. Durante un aggiornamento sulla situazione in Libano, in seguito agli attacchi israeliani contro obiettivi di Hezbollah, Tajani ha dichiarato di non avere informazioni su ulteriori operazioni militari israeliane. Il problema è che quelle operazioni erano già state ampiamente riportate da media internazionali e agenzie di stampa. Per non parlare delle centinaia e centinaia di video sui social. Evidentemente il ministro, da buon novecentesco, attende solo cablogrammi per informarsi.
I droni nei garage e la diplomazia domestica
Tra le perle più discusse della comunicazione tajaniana c’è poi la celebre teoria dei droni nascosti nei garage. Parlando degli attacchi iraniani a Dubai e timori per possibili incursioni di UAV, il ministro consigliò ai cittadini di non affacciarsi dalle finestre. Un’immagine quasi cinematografica: la geopolitica globale ridotta a una minaccia da parcheggio condominiale.
La sensazione diffusa è che la comunicazione della Farnesina oscilli continuamente tra due registri: quello della diplomazia tradizionale e quello dell’improvvisazione. E questo non riguarda solo le gaffe.
Uno dei momenti più controversi della carriera ministeriale di Tajani è arrivato quando ha affermato che il diritto internazionale vale “fino a un certo punto”. Una frase sorprendente se pronunciata da un ministro degli Esteri, cioè dal custode istituzionale delle regole che governano i rapporti tra gli Stati. Il commento è stato interpretato come un tentativo di giustificare le ambiguità occidentali nelle crisi mediorientali. Ma la formula è rimasta impressa come una specie di aggiornamento della dottrina giuridica globale secondo cui le norme valgono, ma solo quando conviene. Cosa che in effetti, da un po’, era abbastanza evidente. Ma vuoi mettere se confermata ad alti livelli?
Nel frattempo Tajani ha dovuto gestire anche questioni delicate come il mandato della Corte Penale Internazionale contro Benjamin Netanyahu che lo hanno costretto a vere e proprie supercazzole. come il fonzie di Happy Days che si inceppava non riuscendo a pronunciare la frase “Ho sbagliato”, l’ex fedelissimo di berlusconi ha un vero e proprio blocco nell’attribuire una qualsiasi responsabilità al governo di Tel Aviv.
E che dire della sua umilinate partecipazione come “osservatore” alla prima riunione del trumpiano “Board of Peace”, inviato allo sbaragliod a Giorgia Meloni, giusto a far presenza e farsi fotografare. Si è anche presentato con il cappellino rosso con scritto Make America Great Again, ed è andato a sedersi in un angolo, ignorato da tutti. Una scena imbarazzante.
Con Tajani il problema non è tanto la singola frase sbagliata. È la sensazione che, tra date impossibili, droni nei garage e finestre da non aprire, la geopolitica venga talvolta raccontata con la stessa precisione con cui si organizza una riunione di condominio. E forse, nel mondo della diplomazia globale, questa non è esattamente la qualità più rassicurante.

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