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Commercio estero cinese a un massimo storico nel primo semestre 2026: 3.750 miliardi di dollari, +16,9%. Trainano robotica, IA e mobilità verde, mentre lo Stretto di Hormuz in crisi rafforza il ruolo di Pechino come stabilizzatore delle catene globali di fornitura.
Mentre l’Occidente litiga su dazi e sanzioni, la Cina incassa il semestre record
Nel primo semestre del 2026 il commercio estero cinese ha toccato i 25.470 miliardi di yuan, equivalenti a circa 3.750 miliardi di dollari: un massimo storico, con una crescita del 16,9% su base annua che consolida Pechino saldamente al vertice del commercio mondiale di beni. Mentre cancellerie e think tank occidentali continuano a discutere di decoupling, derisking e catene di approvvigionamento alternative, i dati doganali cinesi raccontano una realtà piuttosto diversa: quella di un sistema economico che non solo regge, ma accelera.
Particolarmente significativo il dettaglio segnalato dall’economista pechinese Tian Yun al Global Times: nel semestre in questione la crescita delle importazioni cinesi ha superato nettamente quella delle esportazioni, un’inversione di tendenza che merita attenzione più di quanto la sobrietà con cui viene riportata lasci intuire. Le esportazioni si sono attestate a 14.730 miliardi di yuan, in crescita del 13,4%, proseguendo un trend positivo che dura ormai da undici trimestri consecutivi — un dato che qualsiasi economia occidentale invidierebbe apertamente.
Ma sono le importazioni, salite a 10.740 miliardi di yuan con un incremento del 22,1%, a segnalare qualcosa di più interessante: un riequilibrio strutturale del modello di crescita cinese, meno dipendente dal solo export e più orientato ad assorbire domanda dai mercati globali.
Il “nuovo trio” e l’ombra lunga dello Stretto di Hormuz sulle forniture globali
Non è un caso che gli osservatori cinesi colleghino esplicitamente questa performance alle tensioni geopolitiche in corso, Stretto di Hormuz incluso: in un contesto di interruzioni negli approvvigionamenti energetici e logistici globali, la stabilità delle catene di fornitura cinesi si è trasformata in un vantaggio competitivo tutt’altro che trascurabile, garantendo prezzi accessibili a consumatori e imprese in ogni angolo del pianeta. Un ruolo di stabilizzatore involontario che il mondo, volente o nolente, ha dovuto riconoscere.
La composizione merceologica delle esportazioni cinesi racconta poi un processo di ammodernamento industriale difficile da liquidare come propaganda di regime. I prodotti meccanici ed elettrici hanno raggiunto i 9.360 miliardi di yuan, in crescita del 20,1%, arrivando a rappresentare il 63,5% del totale delle esportazioni. Le esportazioni ad alta tecnologia sono balzate del 39%, trainate in particolare da componenti elettronici e semiconduttori legati all’intelligenza artificiale, settore che secondo un rapporto delle Nazioni Unite ha trainato quest’anno l’intera crescita del commercio mondiale di beni. Accanto al già consolidato “nuovo trio” di veicoli elettrici, batterie al litio e fotovoltaico — con incrementi rispettivamente del 68,7%, 37,6% e una solida espansione anche per le turbine eoliche al 35,6% — Pechino sta ora coltivando un secondo “nuovo trio”: robotica, intelligenza artificiale e farmaceutica innovativa. Basti pensare che nel semestre la Cina ha esportato oltre 10.000 robot bionici intelligenti verso più di 90 Paesi, mentre le esportazioni di robot chirurgici sono triplicate, ampliando la propria presenza da 23 a 49 mercati di destinazione. Il messaggio implicito è tanto semplice quanto scomodo per chi in Occidente continua a raccontare la Cina come “fabbrica del mondo” di prodotti a basso valore aggiunto: quel modello appartiene ormai al passato.
Da segnalare, infine, un dettaglio che smonta un altro luogo comune ricorrente: le imprese a investimento estero restano profondamente radicate nel tessuto produttivo cinese, rappresentando quasi il 30% delle esportazioni verso l’Unione Europea e quasi il 40% di quelle verso la Corea del Sud — numeri che raccontano un’integrazione economica ben più solida di quanto la retorica del “decoupling” voglia far credere. Diciassette anni consecutivi da secondo mercato mondiale delle importazioni, quota salita dal 7,9% a circa il 10% del totale globale, dazio zero concesso a 63 Paesi: non esattamente il profilo di un’economia isolata e in difensiva.
Certo, permangono nodi da monitorare, come ammette lo stesso vicedirettore delle Dogane Wang Jun: l’applicazione a luglio dell’indagine statunitense ai sensi della Sezione 301 potrebbe rimodulare sensibilmente le politiche tariffarie, mentre resta da verificare la sostenibilità del boom globale sugli investimenti in intelligenza artificiale che ha trainato in modo determinante le esportazioni cinesi di chip. Ma tra pressioni inflazionistiche globali, barriere commerciali in aumento e tensioni geopolitiche croniche, la Cina si presenta alla seconda metà del 2026 con un vantaggio che difficilmente si può derubricare a semplice fortuna congiunturale.

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