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L’Occidente continua a descrivere la Cina come una minaccia totalitaria per non ammettere la propria natura: anche il neoliberismo costruisce un “fatto sociale totale” attraverso Stato, media e cultura. La differenza è che Pechino usa il mercato come mezzo, noi come religione.
Sulla Cina: un equivoco
La Cina è da considerarsi come un modello politico/sociale a sé stante che tratta Stato e mercato quali costruzioni storicamente determinate, contingenti, non realtà naturali. Gli studi dimostrano che l’alchimia cinese si diffonde grazie alla strutturazione reciproca dell’economico, del politico, del sociale e del culturale. A prima vista la differenza con il modello occidentale consisterebbe in questa ridefinizione del “fatto sociale totale”, lì dove esiste una realtà politica capace di generare un potere fondante sull’intera società.
Ma sottolineare questa differenza presupporrebbe l’idea che i nostri sistemi siano ancora guidati da una sorta di disarticolazione dei fatti sociali, ognuna lasciata libera di legittimarsi in sfere d’influenza separate, tanto da classificare una gerarchia naturale dei fenomeni umani dove prevale quello economico, assemblato grazie al disordine e all’energia egoista dei singoli individui.
L’interpretazione dei meccanismi politici che ordinano l’occidente neoliberale è ancora ostaggio di vecchie credenze, quasi superstiziose ormai, sulla persistenza di un liberalismo del laissez-faire, fotografato in pose ottocentesche con i suoi cilindri poggiati sui tight che disciplinano lo stato minimo manchesteriano. Ebbene, questa presunta riedizione dell’anarchia di mercato appartiene, di diritto, alla letteratura fantasy, perché nella realtà della dottrina neoliberale il mercato non è più un fatto naturale dell’esistenza umana.
La vera novità fu proprio questa: il neoliberalismo imparò dal socialismo per disegnare il proprio ordinamento incentrato sulla concorrenza e sul mercato inteso come una costruzione sociale artificiale. D’ora in avanti lo sviluppo capitalista dovrà procedere attraverso decisioni politiche.
Anche i neoliberali dovevano costruire un “fatto sociale totale” e dovevano assoggettare lo Stato a un attivismo politico, culturale e sociale in grado di immaginare, impaginare e difendere i mercati. Anche nel progredito Occidente insomma è stato generato un potere fondante dell’intera società che coniuga la sfera politica, quella culturale e quella sociale perché il mercato concorrenziale sia percepito come norma costituzionale totalizzante e inappellabile.
Il mercato, secondo la filosofia neoliberale, diventa elemento di sublimazione del reale e di rappresentazione simbolica per ogni individuo. È il motivo per cui lo Stato si dota di una struttura pedagogica mastodontica tra Scuola, Università, programmazione culturale mediatica e psicologia comportamentista. L’essere umano deve essere indirizzato culturalmente alla vita di concorrenza, proprio perché questa non è un elemento della natura.
La Cina sa bene che le differenze tra noi e loro non possono ricadere in questa disputa, ormai datata. È consapevole delle diverse finalità dell’azione dello Stato tra il “socialismo con caratteristiche cinesi” e il “capitalismo neoliberale”. Mentre in Cina il mercato diventa strumento per la realizzazione del socialismo, qui da noi il mercato è il fine ultimo dell’azione politica. Non solo, il “socialismo con caratteristiche cinesi” presuppone una sostanziale indifferenza per il nostro modello.
A differenza della vecchia Unione Sovietica, e del suo “socialismo in un solo paese”, la Cina non alimenta immaginario e solidarietà con compagini politiche affini in Occidente. Certo, la sua esistenza è essenziale non solo per ridisegnare i rapporti di forza nel sistema delle relazioni internazionali, ma anche per rilucidare, ammodernandolo, il termine socialismo e riconsegnare suggestioni di riscatto collettivo. Ma non offre collaborazione per rovesciare il nostro sistema di dominio.
Motivo per cui appare impensabile oggi pensare di modificare il quadro generale, costruito sulla centralità degli enti sovranazionali, attraverso un sano e blando riformismo, tutto concentrato sui percorsi istituzionali della politica. Non è possibile perché conquistare il governo di un Paese non è sufficiente. Occorre rovesciare lo Stato e i suoi cardini costituzionali, oggi impersonificati dai vincoli esterni.
La Cina non può in alcun modo risolvere le nostre contraddizioni interne. Tanto è vero che quasi tutti i partiti progressisti italiani ed europei considerano la Cina un demone totalitario e ultra-capitalista. Lo considerano ultra-capitalista per giustificare il suo sviluppo con canoni interpretativi utili alla prosecuzione indefinita del nostro sistema di sviluppo. La Cina non avrebbe fatto altro che scegliere il capitalismo e avanza solo in quanto terrore dittatoriale.
Per queste ragioni il rifiuto del nostro sistema non può che essere integrale e non può che trovare una via politica nella ristrutturazione di un forte conflitto verticale e sociale. Solo la lotta può determinare gli organismi preposti a un riscatto collettivo. Non il contrario.

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