Cisgiordania, i coloni “escursionisti” incendiano e lo Stato arresta le vittime

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In Cisgiordania i coloni “escursionisti”, come vengono definiti su teleMeloni, incendiano moschee e case mentre l’esercito arresta i palestinesi. Oltre 3.200 sfollati dal 2026, sei attacchi al giorno secondo l’Onu. Nascono i comitati popolari di autodifesa, mentre gli stessi apparati di sicurezza israeliani temono una Terza Intifada.

Cisgiordania in fiamme: mentre i coloni incendiano moschee, l’esercito arresta le vittime

Nella città a sud di Nablus una moschea è stata data alle fiamme dai coloni israeliani, e Al Jazeera ne ha diffuso video verificati che mostrano il rogo divorare l’edificio. L’incendio è avvenuto mentre le forze israeliane conducevano una campagna di arresti in tutta la Cisgiordania occupata, innescata dagli scontri che nei giorni precedenti avevano causato la morte di quattro palestinesi e due soldati israeliani. Il risultato pratico di questa sequenza è che, mentre i coloni appiccano incendi a luoghi di culto, l’apparato repressivo dello Stato si concentra a manettare la popolazione palestinese, imponendo posti di blocco e restrizioni severe alla circolazione su strade principali e ingressi dei villaggi. Un ordine di priorità che dovrebbe far riflettere chiunque continui a definire “sicurezza” quella che assomiglia sempre più a una spartizione dei ruoli tra chi distrugge e chi arresta.

Il quotidiano Il Manifesto, con la firma di Eliana Riva, ha sintetizzato la dinamica in una formula che difficilmente potrebbe essere più precisa: i coloni incendiano, i soldati rapiscono. Gli stessi vertici dell’intelligence e dell’esercito israeliani avvertono che questa spirale di violenza mette a rischio la sicurezza dello Stato ebraico — eppure la situazione peggiora giorno dopo giorno, in un contesto dove i ministri Ben Gvir e Smotrich agiscono come guastatori funzionali al proprio mentore politico, Benjamin Netanyahu, offrendo alla stampa statunitense una serie di concessioni cosmetiche mentre il premier vola a Washington per l’ottavo incontro con Trump dal suo secondo mandato — un primato di cui Netanyahu, con understatement pressoché nullo, non perde occasione di vantarsi.

La “pace” che si misura in macerie e organismi svuotati

Quello che Netanyahu presenta come allargamento del «cerchio della pace» intorno a Israele consiste, nei fatti, nell’ok del gabinetto di sicurezza all’ingresso a Gaza di organismi voluti e controllati dal Board of Peace di Trump — un ingresso che la stampa governativa israeliana si affretta a precisare resterà comunque sotto decisione esclusiva di Tel Aviv. La cosiddetta Forza internazionale di stabilizzazione, pensata per sostituire i caschi blu dell’Onu, sarà composta unicamente da stati amici e alleati di Israele, con Marocco e Uganda limitati a una piccola area pilota a Rafah e numeri ben inferiori rispetto ai piani americani originari: un involucro istituzionale svuotato di contenuto prima ancora di essere riempito.

Nel frattempo l’Amministrazione tecnocratica palestinese ha reso noto che non entrerà a Gaza finché l’esercito israeliano non si sarà ritirato, richiesta di ritiro da Siria, Libano e Gaza che Washington formula e che Tel Aviv continua sistematicamente a respingere. Sullo sfondo di questi tavoli diplomatici, le squadre di soccorso hanno recuperato i resti di 99 palestinesi tra le macerie del palazzo delle famiglie Abu Sharia e Al-Hassayneh a Gaza City — un dettaglio che il lessico della “pace eterna” evocato da Netanyahu preferisce collocare fuori campo.

A completare il quadro della vita quotidiana sotto occupazione ci sono le restrizioni all’accesso alle cure mediche: raggiungere un ospedale richiede il permesso delle autorità militari, che possono negarlo o ritardarlo anche in caso di emergenza. Pazienti in dialisi hanno atteso ore ai posti di blocco prima di poter raggiungere l’ospedale di Nablus, donne in travaglio hanno partorito in ambulanza o in auto, e lunedì i media locali hanno riferito di un aborto spontaneo verificatosi dopo che un’ambulanza era stata trattenuta dai soldati israeliani al checkpoint di Awarta. Non sono incidenti isolati: sono la fisiologia di un sistema di controllo che tratta l’emergenza sanitaria come una variabile negoziabile.

Villaggi senza armi, coloni con licenza di raid

Di fronte a quelli che il giornalista Michele Giorgio definisce «predoni di stato», i villaggi palestinesi hanno iniziato a organizzare forme di autodifesa attraverso i comitati popolari: volontari che vegliano tutta la notte sulla campagna circostante, muniti solo di torce per segnalare l’arrivo dei raid e, in alcune aree, di pietre accumulate contro gli assalti dei coloni. Nessuna arma da fuoco, nessuna simmetria di forze: solo mobilitazione collettiva, che secondo chi la coordina ha comunque prodotto un effetto deterrente nei centri più grandi, mentre resta più difficile proteggere le comunità piccole e isolate.

Secondo i dati OCHA delle Nazioni Unite, dall’inizio del 2026 oltre 3.200 palestinesi sono stati costretti a lasciare le proprie case per la combinazione di violenza e demolizioni, con una media di sei attacchi al giorno tra morti, feriti e danni alle proprietà.

Il dato più rivelatore, però, riguarda chi sta effettivamente lanciando l’allarme su una possibile Terza Intifada: non i palestinesi, ma funzionari della sicurezza israeliana, attuali ed ex, di Shin Bet e Mossad, secondo cui la Cisgiordania si avvicina rapidamente al punto di rottura mentre l’attuale governo israeliano crea, di fatto, le condizioni per uno scontro incontrollabile. La quiete apparente di questi anni, osserva l’analisi ripresa dal Manifesto, ha permesso a Israele di portare avanti i propri piani di occupazione e pulizia etnica al riparo dalla pressione della stampa internazionale.

Il ritorno dei comitati popolari non è un prodromo di guerra civile cercato dai palestinesi, ma la risposta organizzata a un bisogno di protezione condiviso da milioni di persone lasciate sole di fronte a bande di coloni armati che agiscono, sempre più apertamente, come braccio informale dello Stato.

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