Kim Jong-un e la nuova Corea del Nord: la normalizzazione dell’eccezione

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Riconfermato alla guida del Partito, Kim Jong-un rafforza l’arsenale nucleare, stringe legami con Russia e Cina e rilancia l’economia con maxi-progetti edilizi a Pyongyang. Meno isolamento, più strategia: la Corea del Nord cambia pelle senza cambiare gli assetti.

Kim consolida il potere tra missili e grattacieli

Che Kim Jong-un venisse riconfermato alla guida del Partito dei Lavoratori era scritto nel copione. In Corea del Nord le sorprese, quando arrivano, non sono mai elettorali. Eppure qualcosa si è mosso davvero. Non tanto nell’assetto formale del potere – che resta saldamente nelle mani del “caro leader” – quanto nel modo in cui Pyongyang intende presentarsi al mondo: meno assediata, più assertiva, perfino ambiziosa.

L’ipotesi di un debutto ufficiale della figlia Ju-ae, tredicenne già esibita in diverse occasioni pubbliche, per ora resta nel cassetto. Nessuna incoronazione dinastica anticipata, nessuna teatralità eccessiva. La sola investitura è stata quella di Kim stesso, riconfermato segretario generale del Partito. Continuità assoluta, dunque. Ma con un segnale politico preciso: la fase emergenziale sarebbe archiviata, sostituita da una gestione che il regime definisce “stabile e di lungo periodo”.

Il congresso ha però prodotto un rimpasto significativo. Più della metà dei membri del comitato esecutivo del Partito è stata sostituita rispetto al 2021. Figure storiche come Ri Su Yong e Ri Pyong Chol sono uscite di scena. Un ricambio generazionale che non indebolisce Kim, anzi: rafforza l’idea di un leader che seleziona e rimuove, calibra e sostituisce, senza apparente opposizione interna.

Riarmo permanente, diplomazia opportunistica

Se c’è un terreno su cui Kim non arretra è quello militare. La narrazione ufficiale parla di “deterrenza radicalmente rafforzata” con l’arsenale nucleare come perno. Nel 2023 Pyongyang ha lanciato il suo primo satellite militare; ha rivendicato progressi nello sviluppo di un sottomarino a propulsione nucleare; ha ampliato il ventaglio di sistemi convenzionali, dalle nuove navi da guerra ai droni d’attacco.

Non è solo propaganda. Il contesto internazionale offre margini che la Corea del Nord ha saputo sfruttare. La guerra in Ucraina ha aperto una finestra geopolitica: Pyongyang ha fornito alla Russia munizioni e, secondo fonti occidentali, anche migliaia di soldati. In cambio, si ipotizzano trasferimenti tecnologici e sostegno economico. Un baratto strategico che riduce l’isolamento e inserisce Kim in una dinamica multipolare in cui Cina e Russia sono interlocutori attivi.

Il risultato? Un leader che appare meno solo e più sicuro. La Corea del Nord non è improvvisamente diventata una potenza globale, ma ha capitalizzato la frammentazione dell’ordine internazionale. E lo ha fatto senza abbandonare l’arma nucleare come garanzia di sopravvivenza del regime.

Economia pianificata, skyline modernista

La vera novità, tuttavia, riguarda il fronte economico. Secondo stime di analisti sudcoreani, l’economia nordcoreana avrebbe registrato una crescita significativa negli ultimi cinque anni, nonostante le sanzioni. Dati difficili da verificare in modo indipendente, ma coerenti con una serie di segnali interni.

Kim ha insistito sul superamento delle difficoltà e sulla “base per il progresso” gettata dal piano quinquennale avviato nel 2021. A Pyongyang il cambiamento è visibile: decine di migliaia di nuovi appartamenti pubblici, grattacieli nel distretto di Hwasong, viali ampi e complessi residenziali moderni. Il progetto prevede 50.000 nuove unità solo nella capitale; le prime 40.000 sono già state completate nei distretti di Songsin e Songhwa.

Le immagini diffuse dall’agenzia statale mostrano una capitale trasformata: centri giochi per computer in stile cyber-kitsch, negozi di animali, store di strumenti musicali con pianoforti e violini in vetrina. Kim compare con moglie e figlia, sorridente tra cuccioli e joystick. La messa in scena è chiara: normalità urbana, modernità socialista, benessere domestico.

Naturalmente, la Corea del Nord non è soltanto la sua capitale. Le disuguaglianze territoriali restano profonde, l’accesso alle informazioni è rigidamente controllato e il sistema politico rimane impermeabile al pluralismo. Ma ignorare le trasformazioni in atto sarebbe un errore speculare alla caricatura.

Kim Jong-un esce dal congresso non come un leader in affanno, ma come un attore che ha consolidato il potere, modernizzato parte dell’apparato e sfruttato le crepe dell’ordine globale. La domanda non è se il regime durerà ancora. È quanto l’Occidente sia disposto ad accettare che la Corea del Nord non sia più soltanto un’anomalia da sanzionare, ma una variabile stabile del nuovo equilibrio asiatico.

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