www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
A Kiev la diplomazia resta bloccata: Witkoff e Kushner non portano svolte, mentre la guerra continua. Dentro l’Ucraina esplodono nuovi casi di corruzione e scontri tra apparati. Da giorni anche il procuratore generale Kravchenko è latitante. Fino a quando i vertici UE verseranno miliardi senza alcun controllo?
Kiev, i mediatori di Trump inciampano nella guerra mentre la corruzione torna al centro della scena
Steve Witkoff e Jared Kushner sono arrivati a Kiev dopo l’incontro con Vladimir Putin a Mosca con l’ambizione di riaprire uno spiraglio negoziale. Sono ripartiti senza un accordo, senza una svolta e soprattutto senza aver colmato la distanza sulle questioni che continuano a rendere impraticabile una soluzione politica, a partire dal territorio e dalle garanzie di sicurezza.
Le dichiarazioni ufficiali hanno parlato di colloqui «costruttivi» e «significativi», ma il dato politico resta assai più prosaico: le trattative non hanno prodotto un avanzamento concreto. Reuters riferisce che gli inviati statunitensi auspicano la ripresa dei negoziati trilaterali, mentre Mosca continua a non mostrare disponibilità a rinunciare ai propri obiettivi fondamentali.
Il quadro è reso ancora più paradossale dal fatto che, proprio mentre la diplomazia cerca di rimettere in piedi un tavolo, sul terreno la guerra continua. Nella notte tra lunedì e martedì la Russia ha lanciato una nuova pesante offensiva con e altre regioni ucraine, provocando vittime e danni, dopo una pausa temporanea coincisa con la missione degli emissari americani. La tregua diplomatica, dunque, si è rivelata per quello che era: una parentesi.
Ma a Kiev il problema non è soltanto ciò che arriva dal fronte russo. Dentro lo Stato ucraino si sta consumando una partita sempre più aspra sul controllo degli apparati, sulla corruzione e sulla gestione delle risorse pubbliche. E qui occorre essere precisi, perché la realtà è già abbastanza pesante senza aggiungere leggende.
Il 4 e 5 settembre il NABU, l’ufficio nazionale anticorruzione ucraino, e la procura specializzata SAPO hanno condotto perquisizioni nell’ambito della cosiddetta Operazione Carthage, un’indagine su una presunta organizzazione che avrebbe garantito protezione a centri di telefonate fraudolente in cambio di tangenti. Secondo gli investigatori, nella rete sarebbero coinvolti funzionari della Procura generale. È stato arrestato Serhii Kropyva, dirigente dell’ufficio del procuratore generale, indicato dagli inquirenti come figura di vertice dell’organizzazione. L’accusa sostiene che il sistema consentisse ai call center di operare indisturbati pagando per la protezione e che il denaro fosse successivamente riciclato.
Il caso ha investito direttamente il procuratore generale Ruslan Kravchenko. Il 5 settembre Ukrainska Pravda aveva riferito, citando fonti politiche, che dopo l’avvio dell’operazione non fosse possibile rintracciarlo, mentre l’Ufficio del procuratore sosteneva che fosse al lavoro. Nei giorni successivi Kravchenko ha negato qualsiasi coinvolgimento nella rete criminale e ha dichiarato di aver consentito pieno accesso agli investigatori.
Oggi, però, il quadro è cambiato: Kravchenko si è dimesso, spiegando di voler impedire che l’ufficio del procuratore generale diventasse uno strumento di conflitto politico. La sua uscita segue proprio lo scandalo legato all’inchiesta sui call center e alle indagini condotte dal NABU e dalla SAPO. Kravchenko continua a respingere ogni responsabilità personale.
La vicenda dei call center non arriva inoltre in un vuoto politico. Le autorità anticorruzione hanno portato avanti negli ultimi mesi altre indagini di enorme rilievo che hanno toccato l’ambiente del potere presidenziale. Andriy Yermak, già capo dell’Ufficio del presidente, è stato formalmente indagato in un’inchiesta per riciclaggio collegata al cosiddetto «Dynasty project»; Iryna Mudra, ex vice capo dell’Ufficio presidenziale, è stata a sua volta coinvolta in altre iniziative investigative. Non si tratta tuttavia di una singola inchiesta indistinta: collegare automaticamente tutte queste vicende all’Operazione Carthage sarebbe giornalisticamente scorretto. Sono procedimenti diversi che descrivono, però, un sistema di potere sottoposto a una pressione anticorruzione crescente.
La guerra non cancella la guerra dentro lo Stato
A rendere il quadro ancora più inquietante è quanto accaduto a Kiev nella notte tra il primo e il 2 settembre, quando uomini del servizio di sicurezza interno SBU e dell’intelligence militare HUR si sono affrontati con le armi. Lo scontro ha provocato il ferimento di tre uomini dell’intelligence militare ed è maturato attorno alla vicenda di Stepan Kaplunov, vicecomandante del Corpo dei volontari russi, formazione che combatte al fianco dell’Ucraina.
Anche qui le versioni sono incompatibili. La SBU sostiene di aver sventato un’operazione dell’FSB russo e di aver raccolto elementi che collegavano Kaplunov ai servizi russi. Kaplunov nega e ha raccontato di essere stato sequestrato e sottoposto a pressioni durante la detenzione, fino a essere costretto, secondo la sua versione, a sottoscrivere una falsa confessione. Le autorità ucraine hanno aperto indagini sull’accaduto e il presidente Zelensky ha definito lo scontro «vergognoso», disponendo conseguenze ai vertici degli apparati coinvolti.
Non è invece corretto presentare come parte della stessa operazione la vicenda di Vadim Ermolaev, l’imprenditore ucraino ferito a giugno in un attentato esplosivo a Monaco. La principale sospettata, Anastasia Berezovskaya, venne successivamente trovata morta in Ucraina e due persone sono state arrestate nell’inchiesta sul suo omicidio; tra i sospettati figurava anche un membro dell’intelligence militare ucraina. È un episodio gravissimo e rivelatore delle opacità che attraversano gli apparati di sicurezza, ma appartiene a un’altra vicenda investigativa.
Ed è precisamente questa distinzione che dovrebbe guidare un’informazione seria. Non serve trasformare ogni scandalo in una cospirazione unica per comprendere la gravità della situazione. Basta mettere in fila i fatti: un procuratore generale costretto alle dimissioni nel pieno di un’indagine che coinvolge funzionari del suo stesso apparato, una struttura anticorruzione che continua a indagare anche ai livelli più alti, apparati di sicurezza che arrivano allo scontro armato e una guerra che, nonostante i tentativi diplomatici, continua a divorare uomini, risorse e territorio.
Il punto politico è un altro. La corruzione ucraina non è un’invenzione della propaganda russa. È un problema reale, riconosciuto dalle stesse istituzioni ucraine e percepito in modo molto netto dalla popolazione. La ricerca nazionale sul 2025 pubblicata dall’Agenzia nazionale per la prevenzione della corruzione indicava la corruzione come il secondo problema più grave per gli ucraini dopo l’aggressione russa, con il 72,2% degli intervistati che la definiva «molto grave».
E qui entra in gioco l’Europa.
L’Unione Europea non sta semplicemente regalando denaro a Kiev. Il Ukraine Facility prevede fino a 50 miliardi di euro tra il 2024 e il 2027, con erogazioni legate a riforme, stato di diritto, lotta alla corruzione e contrasto alle frodi. A fine giugno 2026 erano stati mobilitati 42 miliardi. A luglio il Consiglio ha inoltre modificato il piano per includere altri 8,3 miliardi di finanziamento per il 2026, introducendo ulteriori passaggi in materia di stato di diritto e anticorruzione. Parallelamente, l’UE ha predisposto un prestito da 90 miliardi di euro per il 2026-2027, anch’esso sottoposto a condizioni rigorose.
Perciò la domanda non è se l’Europa debba continuare a sostenere l’Ucraina. La domanda adulta è come controllare fino all’ultimo euro destinato a un Paese in guerra.
Non tutto ciò che imbarazza Kiev aiuta Putin
Qui finisce la cronaca e comincia una discussione che in Europa viene affrontata con una certa pigrizia intellettuale. Segnalare la corruzione ucraina viene spesso trattato come un gesto sospetto, quasi una concessione narrativa al Cremlino. È il riflesso peggiore della logica da tifoseria: se una notizia danneggia la propria parte, allora diventa automaticamente utile al nemico e quindi sconveniente. È esattamente il contrario.
Pretendere trasparenza sugli apparati di Kiev significa tutelare anche la società ucraina, che paga contemporaneamente il prezzo dell’invasione e quello delle proprie inefficienze, delle proprie clientele e delle proprie degenerazioni istituzionali. Significa proteggere la credibilità dello stesso sostegno occidentale. E significa soprattutto prendere sul serio ciò che l’Unione Europea afferma quando lega i propri finanziamenti a stato di diritto e lotta alla corruzione.
Altrimenti il controllo diventa una scenografia amministrativa: Bruxelles scrive nelle proprie deliberazioni che i miliardi sono condizionati alle riforme, Kiev presenta qualche adempimento, i soldi partono e tutti possono raccontarsi che il problema è stato risolto. Nel frattempo, da qualche parte, un dirigente della procura finisce in manette e il procuratore generale lascia l’incarico.
Una coincidenza sfortunata, certo. Quanto basta, però, per ricordare che la guerra non sospende la necessità di governare bene uno Stato. L’Europa ha scelto di sostenere l’Ucraina ad oltranza il dovere di fornirli nella misura in cui ritiene questo necessario. Ma proprio perché si parla di somme enormi e di una guerra destinata a condizionare per anni l’Europa, Bruxelles dovrebbe pretendere controlli ancora più severi, non meno severi.
Far finta di non vederla per paura di «fare il gioco di Putin» è invece alimentare un vulnus destinato a lacerare sempre più la fragile impalcatura democratica europea.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Fermi ad Hormuz, Trump e la guerra che l’America non riesce più a vincere
- Gaza distrutta, ma l’Europa continua a fare affari con Israele
- Campo largo o campo santo? Il centrosinistra continua a scambiare i sondaggi per un progetto
- Era meglio quando c’erano gli Squallor
E ti consigliamo
- Gli analfoliberali
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













