Venezuela, l’Italia partecipa al saccheggio ma lo chiama “operatorship”

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Dopo il rapimento di Maduro e gli accordi, pistola sul tavolo, con Delcy Rodriguez, il Venezuela ha riaperto il suo settore petrolifero agli investitori internazionali. Eni ottiene per 25 anni l’operatorship di Junín-5. L’Italia premiata per aver sostenuto politicamente il golpe USA. Washington ridisegna l’accesso alle immense riserve venezuelane.

Venezuela, il petrolio torna protagonista: arrivano i contratti, e anche l’Italia trova il suo posto

La storia venezuelana ha una costante: riesce a cambiare governo, assetti internazionali e padrini politici senza mai cambiare davvero il bene intorno al quale ruota tutto. Il petrolio.

Nelle ultime settimane il Venezuela è stato trasformato da teatro di scontro geopolitico in laboratorio della nuova amministrazione energetica americana. Tutto parte con il rapimento di Nicolás Maduro il 3 gennaio 2026 da forze statunitensi durante un’operazione militare a Caracas e trasferito negli Stati Uniti, dove deve affrontare un nebuloso processo per accuse di narcotraffico. Un’operazione chiaramente fuori da qualsiasi canone del presunto “diritto internazionale” ma il governo italiano, però, ha scelto una lettura assai meno problematica. Giorgia Meloni definì l’intervento americano «legittimo», configurandolo come un’azione difensiva contro una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, mentre Antonio Tajani sostenne pubblicamente che l’intervento fosse legittimo e auspicò una transizione democratica a Caracas.

Nel frattempo, la macchina economica ha cominciato a muoversi con una rapidità che la diplomazia potrebbe soltanto invidiare.

Il 2 settembre Eni e la compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA hanno firmato il nuovo Contrato de Participación Productiva de Hidrocarburos per il gigantesco giacimento Junín-5, nella Faja dell’Orinoco. Il contratto durerà 25 anni, con possibilità di estensione, e assegna a Eni l’operatorship esclusiva del progetto, compresa la gestione tecnica, finanziaria e commerciale. Junín-5 dispone, secondo i dati comunicati dalla stessa Eni, di 35 miliardi di barili di petrolio in posto certificati e oggi produce circa 12 mila barili al giorno.

Reuters ha stimato che Eni punta a un investimento nell’ordine di 1,5 miliardi di dollari l’anno e a portare la produzione del campo a circa 400 mila barili al giorno entro il 2030. L’accordo assume inoltre un’importanza particolare per Eni perché può contribuire al recupero di oltre 2,3 miliardi di dollari che PDVSA deve alla società italiana.

Questo è il primo dato che conviene tenere a mente: non si tratta semplicemente di una grande impresa italiana che arriva in Venezuela perché improvvisamente il Paese è tornato interessante. L’operazione si inserisce nella più ampia “riapertura” del settore energetico venezuelano agli investimenti internazionali, sostenuta dagli Stati Uniti.

Lo stesso 2 settembre, durante la visita in Venezuela del segretario americano all’Energia Chris Wright, sono stati annunciati accordi con Eni, Chevron, GE Vernova e altre società. Washington punta a una crescita molto consistente della produzione venezuelana, oggi intorno a 1,1-1,2 milioni di barili al giorno, con l’obiettivo dichiarato di più che raddoppiarla nei prossimi anni.

Contemporaneamente è stato costruito un altro meccanismo, assai più discusso: la North American Blue Energy Partners, guidata dall’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt, ha ottenuto diritti centenari su 17 giacimenti che complessivamente rappresentano circa 65 miliardi di barili di riserve. Il governo statunitense avrà il 35% della società e diritti preferenziali sulla produzione. Reuters ha sottolineato come l’operazione sia stata negoziata senza una gara competitiva e abbia suscitato interrogativi sulla trasparenza e sulla struttura giuridica dell’accordo. Ed è proprio qui che la vicenda diventa politicamente interessante.

Prima il nemico, poi il barile

Per anni il Venezuela è stato raccontato, con alcune ragioni e con molte semplificazioni, attraverso la figura di Maduro. Corruzione, autoritarismo, impoverimento, repressione, dissesto dell’industria petrolifera, collasso delle istituzioni. Ma il punto che interessa Washington e i suoi satelliti è lontanissimo dai temi elencati, ovviamente. Il Venezuela possiede alcune delle più grandi riserve petrolifere del pianeta. Il settore è stato devastato da anni di cattiva gestione, sanzioni, sottoinvestimento e crollo infrastrutturale.

Oggi, mentre Washington promette di rilanciare la produzione, le grandi compagnie internazionali rientrano e tornano a negoziare condizioni molto più favorevoli di quelle disponibili durante la fase più dura delle sanzioni. Così si registra contemporaneamente l’espansione di Chevron, l’arrivo di nuovi accordi internazionali e la costruzione di un quadro destinato a riportare rapidamente il greggio venezuelano sui mercati.

Un investimento nel settore energetico può anche produrre infrastrutture, occupazione, entrate fiscali e maggiori disponibilità energetiche per il Paese produttore. È precisamente questo l’argomento usato da Eni e dalle autorità venezuelane per presentare Junín-5 come uno strumento di rilancio economico. Ma proprio perché esiste un vantaggio potenziale per il Venezuela, diventa indispensabile chiedersi come viene distribuito quel vantaggio, chi controlla i contratti, quali garanzie ha Caracas e quali soggetti concentreranno il rendimento economico della nuova stagione petrolifera.

E qui il romanticismo della «partnership strategica» diventa una formula molto elegante per descrivere un rapporto di forza: il necchio “colonialismo”.

E l’Italia?

Roma ha scelto di definire legittima l’operazione statunitense e oggi una delle principali imprese energetiche italiane si trova oggi in una posizione privilegiata nel nuovo assetto petrolifero venezuelano. I fatti sono questi, e non hanno bisogno di abbellimenti ideologici.

Eni, del resto, non è un’entità estranea allo Stato italiano. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, direttamente e attraverso Cassa Depositi e Prestiti, controlla di fatto il 33,09% del capitale. Ma il 46,32% delle azioni è nelle mani di investitori istituzionali e BlackRock figura tra gli azionisti rilevanti con il 4,64%.

La valorizzazione di Junín-5 avrà conseguenze economiche per PDVSA e per Eni, e quindi potenzialmente per una platea composita di soggetti pubblici e privati che partecipano alla filiera e al capitale della società. Il governo venezuelano, attraverso PDVSA, resta infatti partner del progetto. Ma il problema è molto più serio: quale sovranità economica resta a un Paese che, dopo una crisi devastante e un cambio di regime imposto dall’esterno, deve ricostruire la propria industria affidandosi prevalentemente a capitali, tecnologia, operatori e contratti negoziati da soggetti stranieri?

Il Venezuela, dopo essere stato per anni additato come una caricatura dell’autoritarismo latinoamericano, rischia ora di essere trasformato in qualcosa di molto più familiare: un enorme serbatoio di materie prime riaperto agli investitori internazionali sotto la tutela della potenza vincitrice. Il vecchio colonialismo aveva bisogno di governatori. Quello contemporaneo preferisce avvocati, contratti e powerpoint.

 

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