Israele, la leva che divide: la rivolta haredi sfida Netanyahu

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Scontri a Bnei Brak contro il reclutamento degli ultra-ortodossi: arresti, feriti e tensioni tra esercito e polizia. La leva obbligatoria diventa crisi politica per Netanyahu, stretto tra Corte Suprema, opinione pubblica e alleati haredi decisivi.

Israele, la crepa interna: la rivolta haredi mette a nudo il sistema

Israele è abituato a vivere in stato di tensione permanente. Ma ciò che è accaduto a Bnei Brak non è solo cronaca di ordine pubblico: è la fotografia di una frattura strutturale. In una delle roccaforti della comunità ultra-ortodossa, due soldatesse sono state aggredite da centinaia di haredim mentre svolgevano un’attività collegata all’ufficio di reclutamento. L’IDF ha negato che distribuissero materiale per l’arruolamento, ma la percezione nella piazza è stata un’altra: una provocazione.

Il bilancio, secondo Haaretz, parla di 23 arresti, tre agenti feriti, un’auto della polizia ribaltata e una moto incendiata. La polizia ha utilizzato granate stordenti e manganelli. Le due militari, inseguite dalla folla, hanno cercato rifugio persino nei cassonetti. Un’immagine che vale più di mille comunicati ufficiali.

La scintilla è la leva obbligatoria. Gli ultra-ortodossi, storicamente esentati per dedicarsi allo studio religioso, resistono da anni a ogni tentativo di arruolamento. Per loro non è solo una questione politica, ma un imperativo teologico. Per il resto del Paese, è un privilegio insostenibile, soprattutto in un contesto di guerra prolungata.

La leva come detonatore politico

Il problema non è nuovo, ma oggi pesa di più. Il governo di Benjamin Netanyahu regge su una maggioranza fragile, in cui i partiti haredi sono determinanti. La Corte Suprema ha già contestato l’assenza di una normativa chiara sull’arruolamento, mentre una parte dell’opinione pubblica accusa l’esecutivo di aver rinviato per convenienza elettorale una decisione inevitabile.

Netanyahu ha condannato gli scontri definendoli “gravi e inaccettabili”, ma la prudenza è palpabile. Yair Golan, leader dei Democratici, ha puntato il dito contro la leadership ultra-ortodossa, sostenendo che gode di una copertura politica implicita. Nel frattempo, gli arrestati di Bnei Brak sono stati rilasciati rapidamente. Poco bastone, molta cautela.

Le proteste non si sono fermate lì. A Gerusalemme gruppi haredi hanno tentato di bloccare ingressi alla città, costringendo la polizia a nuovi interventi. L’idea che si tratti di episodi isolati è ormai difficile da sostenere.

Stato contro Stato

A rendere il quadro ancora più inquietante è lo scontro tra apparati. L’esercito e la polizia si sono scambiati accuse sulla gestione degli eventi. Il portavoce dell’IDF, generale Effie Defrin, ha respinto le insinuazioni di mancato coordinamento. Dall’altro lato, ambienti della sicurezza hanno parlato di “disinformazione” e “mancanza di rispetto”. Non è un dettaglio tecnico: è un conflitto tra istituzioni.

Sul piano politico, la tensione attraversa i ministeri. Il dicastero della Difesa, guidato da Israel Katz, e quello della Sicurezza nazionale, retto da Itamar Ben-Gvir, incarnano sensibilità diverse. Il leader di Yisrael Beitenu, Avigdor Lieberman, ha invocato misure drastiche contro i rivoltosi, definendoli “terroristi”. Parole che suonano come un atto d’accusa contro una parte dell’elettorato su cui la coalizione di destra si fonda.

La questione della leva obbligatoria è diventata così il detonatore di una crisi più ampia: chi paga il prezzo della sicurezza? In un Paese mobilitato da mesi, l’esenzione haredi appare a molti come un’anomalia intollerabile. Per altri, toccarla significa attentare all’identità religiosa dello Stato.

Netanyahu, maestro nel galleggiamento politico, tenta di evitare lo scontro frontale. Ma l’equilibrio è precario. Se l’esercito chiede uomini e la società reclama equità, la protezione politica agli ultra-ortodossi rischia di diventare un boomerang. Israele, già lacerato da tensioni esterne e interne, si ritrova a fare i conti con una domanda elementare e divisiva: può uno Stato in guerra permettersi cittadini che rifiutano la leva per principio religioso?

La risposta non è solo giuridica. È esistenziale. E per ora, nessuno sembra disposto a pagarne il prezzo politico.

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