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Israele-Iran, la guerra permanente che non nasce dal petrolio

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Israele e Iran non si scontrano solo per potere o risorse: il loro conflitto affonda in radici teologiche e metastoriche. Da Ciro il Grande al nucleare iraniano, lo scontro rivela i limiti della forza in un mondo multipolare.

Da Ciro il Grande al Mossad: quando la geopolitica diventa teologia armata

Ci sono conflitti che si spiegano con grafici, pipeline, bilanci energetici e dossier riservati. E poi ce ne sono altri che non si lasciano addomesticare da Excel. Il braccio di ferro tra Israele e Iran appartiene a questa seconda categoria: non è soltanto una guerra fredda regionale, non è solo una partita per il controllo delle risorse o per la supremazia militare nel Medio Oriente. È uno scontro che affonda le radici in un tempo in cui la storia non si separava ancora dalla rivelazione, e la politica non aveva vergogna di chiamarsi destino.

Oggi quasi tutti i fronti di crisi — dall’Ucraina al Venezuela, dalla Groenlandia improvvisamente “strategica” all’Iran costantemente sotto minaccia — ruotano attorno allo stesso perno: il dominio delle risorse, soprattutto energetiche. La dottrina americana, nella sua versione più aggressiva, continua a leggere il mondo come una mappa di giacimenti da proteggere e corridoi da sorvegliare.

Israele si inserisce in questo schema come potenza sub-imperiale, garante regionale di un ordine deciso altrove. Non a caso, nei corridoi di Washington si dice da decenni che “non si muove foglia senza Tel Aviv”. Ma ridurre lo scontro con Teheran a una banale contesa per il petrolio sarebbe una scorciatoia intellettuale. L’Iran non guadagnerebbe un solo barile in più dalla scomparsa di Israele, e Israele non teme Teheran per qualche terminal energetico.

Un conflitto che precede la modernità

Il vero asse della tensione è di natura metastorica. Le cronache di guerra parlano di droni, sabotaggi, cyber-attacchi e operazioni del Mossad, ma dietro questo arsenale c’è una narrazione che risale a Ciro il Grande. Nel Libro di Esdra si racconta che fu proprio il sovrano persiano, nel 539 a.C., a ordinare la ricostruzione del Tempio di Salomone, devastato da Nabucodonosor, restituendo al popolo ebraico gli arredi sacri e il diritto di tornare a Gerusalemme. Un gesto che la tradizione biblica interpreta come provvidenziale, e che lega l’impero persiano alle origini stesse dell’ebraismo post-esilico.

Questa memoria, che attraversa anche il cristianesimo e l’islam, non è un residuo folkloristico. L’Iran sciita si percepisce come erede islamizzato delle grandi dinastie persiane e conserva una visione del tempo in cui la storia è solo una fase dell’attesa escatologica. Da qui nasce l’avversione teologico-politica verso lo Stato di Israele, giudicato illegittimo non perché potente, ma perché fondato dall’uomo anziché da Dio.

Una posizione che, paradossalmente, coincide con quella dei gruppi ebraici ultra-ortodossi più radicali, come i Satmar e i Neturei Karta, che rifiutano il sionismo per la stessa ragione: l’anticipazione sacrilega dei tempi ultimi.

Israele è perfettamente consapevole di questa dimensione. Ed è per questo che considera il programma nucleare iraniano una minaccia esistenziale, non solo militare. Per Tel Aviv, il problema non è ciò che Teheran potrebbe fare, ma ciò che rappresenta: un avversario che non accetta compromessi perché non combatte sul terreno della storia, ma su quello del senso. In questo quadro si comprende anche la fascinazione israeliana per la figura di Reza Pahlavi, erede dello Scià: un sovrano “laico”, politicamente docile e religiosamente neutro, ideale per disinnescare la carica simbolica del conflitto.

Sanzioni, identità e il fallimento della forza

Le sanzioni occidentali, descritte come strumenti di pressione economica, hanno in realtà rafforzato l’autorappresentazione iraniana come fortezza assediata. Le recenti manifestazioni in difesa della “rivoluzione islamica”, per quanto sostenute dal regime, mostrano una società che continua a riconoscersi in una identità distinta, non allineata. Un dato che i media occidentali tendono a minimizzare, perché contraddice la narrazione di un sistema prossimo al collasso.

Nel frattempo, il teatro delle operazioni si allarga: attacchi mirati, sabotaggi, eliminazioni selettive, mentre Washington osserva, calibra, talvolta incoraggia. L’illusione è che la pressione costante possa piegare Teheran. Ma ogni azione produce una reazione, e l’Iran ha dimostrato di saper trasformare l’isolamento in capitale simbolico.

La forza non basta più a imporre un ordine. La reputazione, la capacità di offrire un orizzonte, conteranno quanto i missili. E forse di più. Perché mentre la geopolitica continua a fingere di muoversi solo per interessi materiali, la storia ricorda che i conflitti più duraturi nascono sempre da una ferita nel senso del mondo.

* Questo articolo, nella sua parte centrale, riprende alcune considerazioni del prof. Flavio Cuniberto

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