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Iraq, tutto da capo: ritorna al-Mālikī e la restaurazione del sistema

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La nomina di Nūrī al-Mālikī a premier segna la restaurazione del sistema iracheno: elezioni senza alternative, corruzione strutturale e ritorno del settarismo. Il Partito Comunista denuncia uno Stato ridotto a macchina di spartizione.

Iraq, il ritorno dei responsabili: al-Mālikī e la restaurazione del sistema

In Iraq il tempo non passa: gira in tondo. Le elezioni legislative dell’11 novembre 2025, presentate come un possibile snodo di rinnovamento dopo anni di crisi cronica, si sono chiuse con un esito che ha il sapore della restaurazione. La nomina di Nūrī al-Mālikī a primo ministro, decisa dal Quadro di Coordinamento sciita, non è una scelta di continuità ma di regressione consapevole. Il sistema non corregge i propri errori: li rivendica.

Il voto si è svolto in un contesto già amputato. Le principali forze riformatrici erano assenti o marginalizzate. Il Movimento Sadrista ha optato per il boicottaggio, rinunciando deliberatamente alla rappresentanza parlamentare e trascinando con sé ampie fasce di elettorato sciita urbano, ormai convinte dell’inutilità delle urne. Il Partito Comunista Iracheno, pur presente sul territorio con una campagna capillare all’interno dell’Alleanza Alternativa, è rimasto escluso dal nuovo Parlamento. Per la prima volta dal 2003, nessuna forza civile e democratica siede nel Consiglio dei Rappresentanti. Un dettaglio che dice molto più di qualsiasi dato percentuale.

Elezioni senza alternativa, potere senza pudore

Formalmente, il primo blocco parlamentare è quello guidato dal premier uscente Mohammed Shia’ al-Sudani, seguito dal Partito Democratico del Kurdistan e dalle principali liste sunnite. Ma l’assenza di una maggioranza autosufficiente ha riportato al centro il vero arbitro della politica irachena: il Quadro di Coordinamento sciita. È lì che si è consumata la decisione chiave. Al-Sudani si è fatto da parte e il sistema ha riesumato la figura più adatta a garantire stabilità agli equilibri esistenti: al-Mālikī.

Presentato come “uomo d’esperienza”, l’ex premier è in realtà il simbolo di una stagione che molti iracheni ricordano come una sequenza di disastri politici. È l’unico capo di governo post-2003 ad aver completato due mandati, ma è anche il nome indissolubilmente legato alla radicalizzazione settaria dello Stato e al collasso delle istituzioni di sicurezza che nel 2014 spalancarono le porte a Daesh. A oltre dieci anni dalla caduta di Mosul, l’establishment iracheno non solo non ha fatto autocritica: ha scelto di rimettere le stesse mani sul volante.

Il percorso di al-Mālikī è noto. Arrivato al potere nel 2006 con l’avallo statunitense, ha costruito una posizione di equilibrio opportunistico tra Washington e Teheran, spendendo la parola “stabilità” come una cambiale permanente. Nel frattempo, ha concentrato potere esecutivo e controllo degli apparati di sicurezza, svuotando le istituzioni e trasformando la de-ba‘thificazione in uno strumento di regolamento politico dei conti. La repressione delle proteste sunnite, culminata nel massacro di Hawija del 2013, e la marginalizzazione sistematica delle comunità non allineate hanno scavato una frattura profonda nella società irachena.

Corruzione come metodo, crisi come destino

Sul piano economico, l’eredità è altrettanto pesante. Gli anni di al-Mālikī coincidono con una fase di saccheggio sistemico delle risorse pubbliche: contratti gonfiati, “soldati fantasma”, reti clientelari e arricchimenti privati, mentre servizi essenziali e infrastrutture restavano in uno stato di perenne incompiutezza. La corruzione endemica nell’esercito, certificata anche da fonti ufficiali, è stata uno dei fattori decisivi della disfatta del 2014. Eppure, oggi, quello stesso modello viene riproposto come soluzione.

Il Partito Comunista Iracheno, nel suo bilancio post-elettorale, parla senza giri di parole di uno “Stato della spartizione”, una democrazia ridotta a procedura vuota, funzionale alla riproduzione di un blocco oligarchico che controlla istituzioni, risorse, milizie e media. Le elezioni del 2025, segnate da violazioni sistematiche, uso disinvolto del denaro politico e presenza pervasiva delle milizie, hanno sancito la vittoria di un solo colore: quello del sistema.

A questo si aggiunge una crisi finanziaria che il potere tenta di scaricare sulle classi popolari. Tagli ai salari reali, nuove tasse, aumenti tariffari e dazi colpiscono lavoratori e poveri, mentre i responsabili di decenni di mala gestione restano intoccabili. Il PCI propone una linea opposta: recupero delle risorse sottratte, fiscalità progressiva, riduzione dei privilegi, rottura con l’economia di rendita. Una sfida diretta al modello della Dawlat al-ghanā’im, lo Stato delle spoglie.

La nomina di al-Mālikī rischia così di diventare un detonatore. Rafforza il fronte più conservatore e autoritario e, allo stesso tempo, alimenta il risentimento sociale e settario. In un Iraq stremato, il ritorno al passato non promette stabilità, ma una nuova spirale di tensioni. E questa volta, la pazienza sociale appare molto più corta.

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