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Iran, tra proteste reali e crolli annunciati che non arrivano mai

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Proteste, inflazione e disagio sociale in Iran diventano l’ennesimo pretesto per annunciare il “crollo del regime”. Ma tra sanzioni occidentali, video manipolati e strumentalizzazioni esterne, la realtà mostra uno Stato in tensione, non in dissoluzione.

Iran, proteste reali e narrazioni interessate

Ogni volta che l’Iran attraversa una fase di tensione sociale, il copione mediatico occidentale si attiva con una puntualità quasi commovente. Titoli a effetto, previsioni di collasso imminente, evocazioni di “regime agli sgoccioli” si moltiplicano con un entusiasmo che dice molto più di chi li scrive che di ciò che accade davvero nel Paese.

Anche questa volta, tra proteste per il caro vita, inflazione elevata e svalutazione della moneta, la rappresentazione dominante è quella di uno Stato prossimo alla dissoluzione. Peccato che i fatti, osservati con un minimo di onestà analitica, raccontino una storia diversa.

Le manifestazioni esistono, nessuno lo nega. Coinvolgono studenti, lavoratori, commercianti dei grandi bazar, e nascono da condizioni economiche oggettivamente difficili. Blocchi stradali, serrande abbassate, slogan contro la corruzione e l’inefficienza governativa sono parte di un repertorio di protesta che l’Iran conosce da anni. Ma trasformare tutto questo in una “rivoluzione in corso” è un esercizio di propaganda, non di giornalismo.

La protesta come pretesto geopolitico

L’errore – voluto – sta nel sovrapporre il disagio sociale a un presunto rifiuto complessivo dell’ordine politico iraniano. Alcuni slogan minoritari che invocano il ritorno della monarchia Pahlavi vengono amplificati oltre misura, come se rappresentassero l’anima del Paese. In realtà si tratta di frange marginali, spesso legate a reti esterne, nostalgie d’élite in esilio o gruppi apertamente ostili all’Iran contemporaneo.

Non è un mistero che una parte della mobilitazione venga strumentalizzata. Video manipolati, slogan alterati, immagini decontestualizzate circolano con disinvoltura sui social, alimentando l’idea di un popolo compatto pronto ad affidarsi a improbabili “salvatori” occidentali o a un principe residente stabilmente negli Stati Uniti. Una narrazione così fragile da richiedere continue correzioni digitali per restare in piedi.

A ciò si aggiunge l’attivismo informativo di attori esterni, in primis Israele, che non fa mistero di considerare la destabilizzazione iraniana un obiettivo strategico. Le dichiarazioni pubbliche di alcuni commentatori e analisti israeliani, che invitano apertamente a “guidare” le proteste e a trasformarle in un conflitto su larga scala, chiariscono quanto poco spontaneo sia l’entusiasmo occidentale per la “libertà” iraniana.

Tra crisi economica e coesione nazionale

C’è però un altro elemento sistematicamente rimosso dal racconto dominante: la percezione diffusa, tra gli stessi manifestanti, delle cause strutturali della crisi. Le sanzioni statunitensi, unilaterali e punitive, hanno inciso profondamente sull’economia iraniana, limitando l’accesso ai mercati finanziari, ostacolando le esportazioni energetiche e rendendo più costose le importazioni di beni essenziali. Inflazione e impoverimento non sono un accidente, ma il risultato di una strategia di strangolamento economico rivendicata apertamente da Washington.

Non sorprende quindi che molte proteste assumano un carattere patriottico più che insurrezionale. Le critiche colpiscono dirigenti corrotti, inefficienze amministrative, diseguaglianze sociali, ma raramente si traducono in una richiesta di dissoluzione dello Stato. Anzi, in diversi interventi pubblici emerge una difesa esplicita della Repubblica Islamica come cornice istituzionale, distinta dagli errori di chi la governa.

Il quadro che ne risulta è quello di un Paese attraversato da tensioni reali, ma tutt’altro che in disfacimento. Le istituzioni funzionano, l’apparato statale resta compatto, e la memoria collettiva – rafforzata da eventi simbolici come le commemorazioni di figure percepite come patriottiche – continua a esercitare un potente effetto coesivo.

Alla fine, il vero automatismo da osservare non è quello delle proteste iraniane, ma quello occidentale: ogni difficoltà interna diventa l’occasione per invocare “cambi di regime”, interventi umanitari e liberazioni eterodirette. Con risultati noti, dalla Libia all’Iraq. L’Iran, per ora, sembra aver imparato la lezione. E non appare affatto sul punto di consegnarsi all’ennesima profezia interessata.

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Sira Beker
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