www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
Le proteste in Iran non annunciano alcun collasso del regime. Sono conflitti interni tra fazioni, legati alla crisi economica e alla debolezza del governo. L’idea della rivoluzione imminente è un’illusione occidentale che ignora la realtà iraniana.
L’Iran che non crolla (e l’Occidente che non capisce)
Da almeno vent’anni, con una regolarità degna di un rituale scaramantico, una parte consistente dell’analisi mediatica occidentale annuncia l’imminente collasso della Repubblica islamica iraniana. Ogni protesta diventa “l’ultima”, ogni corteo è letto come l’anticamera della rivoluzione finale.
Il problema non è solo che queste previsioni si rivelano puntualmente sbagliate, ma che continuano a essere formulate ignorando ostinatamente la realtà politica, sociale e culturale dell’Iran.
Parliamo di uno stato di 90 milioni di abitanti che non è un regime monolitico in attesa di implodere, né una società anestetizzata dalla repressione. È un sistema complesso, attraversato da conflitti interni, fazioni antagoniste, equilibri di potere mobili. Ed è proprio questa complessità a sfuggire a chi applica categorie occidentali a un contesto che non vi si presta.
Solo così, per esempio, si può spiegare la simultanea apparizione su social e media di bandiere e sostenitori del regime Pahlavi in esilio, un corpo del tutto estraneo alla cittadinanza iraniana, senza consenso.
Proteste senza rivoluzione
Le manifestazioni in corso non hanno il profilo della rivolta sistemica. Al contrario di quanto suggerito dall’ondata mediatica ad orologeria, una parte rilevante dei manifestanti proviene – paradossalmente – dall’area conservatrice e nazionalista, storicamente legata ai Pasdaran e agli apparati della sicurezza. Non contestano la Repubblica islamica in quanto tale, ma l’attuale esecutivo, percepito come debole e inefficace.
Il bersaglio è il governo Bazeshkian, accusato di aver gestito male sia la crisi economica sia la sicurezza nazionale, in particolare dopo il recente confronto militare con Israele che ha messo in luce falle nella protezione dei vertici militari. L’eventuale caduta del governo non aprirebbe affatto la strada a una democratizzazione in senso liberale, ma a un rafforzamento dell’ala più dura del sistema, con conseguenze tutt’altro che rassicuranti sul piano regionale.
Le rivendicazioni espresse nelle piazze sono prevalentemente materiali: inflazione, scarsità d’acqua, svalutazione della moneta. A mobilitarsi sono soprattutto commercianti, bazaristi, ceti urbani colpiti dalla crisi. Non si tratta di una sfida ideologica ai fondamenti della Repubblica islamica, ma di una pressione settoriale su un governo ritenuto incapace di governare.
La routine della protesta iraniana
Un altro equivoco ricorrente riguarda la presunta “eccezionalità” delle proteste. In Iran, manifestare è una pratica storicamente consolidata. La società iraniana è politicamente viva, conflittuale, abituata a scendere in piazza senza che ciò implichi automaticamente un progetto insurrezionale. Le mobilitazioni attuali, per intensità e violenza, sono nettamente inferiori a quelle del 2022 seguite alla morte di Mahsa Amini, che avevano una chiara connotazione riformista e anti-governativa.
C’è poi un paradosso che molti commentatori fingono di non vedere: le fazioni oggi al potere sono le stesse che ieri animavano le piazze, mentre chi protesta ora occupava ruoli centrali fino a pochi anni fa. La protesta, dunque, non è l’anticamera del crollo del sistema, ma uno strumento interno di riequilibrio del potere.
Nel frattempo, il regime ha dimostrato di saper mobilitare una base sociale ampia, organizzata e disciplinata. Le contromanifestazioni, la gestione securitaria dello spazio pubblico, il controllo delle infrastrutture strategiche indicano uno Stato tutt’altro che vacillante. Un sistema in crisi non riesce a imporre censura selettiva, né a neutralizzare interferenze tecnologiche esterne.
Interferenze, doppi standard e illusioni occidentali
Il tentativo di inserire elementi eversivi nelle proteste attraverso strumenti di comunicazione satellitare, in particolare di Starlink, i cui dispositivi sono stati intercettati e disattivati dalle autorità di Teheran, grazie a tecnologie fornite dalla Cina (il massiccio supporto di Pechino durante la Guerra dei 12 Giorni lo testimonia), viene attribuito dalle autorità a Tel Aviv, con le comunicazioni tra intelligence israeliana e agenti israeliani – in gran parte identificati-intercettate.
Vi è poi un’altra verità – parziale – ma scomoda: le proteste per il caro vita non coincidono con un’agenda filo-occidentale. Chi scende in piazza per pane e acqua non incendia moschee né profana simboli religiosi in un paese musulmano. Questo dettaglio, apparentemente banale, ha mandato in cortocircuito più di una operazione di destabilizzazione.
Sul piano internazionale, l’atteggiamento statunitense è l’ennesima dimostrazione di un doppio standard ormai strutturale. Washington osserva, minaccia, il presidente Trump parla di un intervento militare e invoca la libertà di protesta all’estero mentre la sua milizia personale spare in faccia a una donna al volante, la polizia reprime brutalmente le manifestazioni studentesche contro la guerra a Gaza. I principi vengono branditi come strumenti tattici, non come valori universali.
Sostenere una “rivoluzione colorata” in Iran mentre si sventolano bandiere palestinesi è una contraddizione che rasenta il cinismo. Dopo la balcanizzazione della Siria, la marginalizzazione del Libano, l’Iran, piaccia o meno, resta l’ultimo vero ostacolo regionale alla proiezione militare israeliana in Medio Oriente. Indebolirlo significa spianare la strada a un’ulteriore escalation.
Chi continua a leggere l’Iran come un regime al collasso non fa analisi: proietta desideri. E quando la realtà smentisce l’ennesima previsione, la colpa ricade sempre su qualcun altro. È la cronaca di un fraintendimento permanente, alimentato da un Occidente che non accetta più di non essere il centro della storia.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Totalitarismo democratico: persuasione finita, repressione aperta
- Il nuovo cittadino esemplare: la democrazia senza domande
- Due pesi, una sola fede: l’anti-trumpismo europeo si ferma a Caracas
- Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













