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La cifra dei “30.000 morti in Iran” nasce da fonti anonime, ONG legate a circuiti USA e attivisti pro–regime change. The Grayzone – noto sito d’inchiesta americano – smonta la catena che trasforma una stima arbitraria in arma politica globale.
30.000: il numero che uccide due volte
C’è un momento, nella storia dei conflitti, in cui la cifra smette di essere un dato e diventa un’arma. Non colpisce corpi, ma percezioni. Non distrugge edifici, ma costruisce consenso. È in questo spazio torbido che nasce la formula magica dei “30.000 morti in due giorni” in Iran: una stima che, a volerle credere, implicherebbe più di 600 vittime ogni ora. Un ritmo di sterminio che supera di gran lunga due anni di bombardamenti israeliani su Gaza, moltiplica per 250 la letalità media della guerra Iran-Iraq e riscrive le leggi elementari della logistica della morte.
Eppure quel numero, più che un bilancio, assomiglia a un talismano: evocato, ripetuto, consacrato. Come se bastasse pronunciarlo per trasformarlo in verità. Ma dietro la scenografia dei titoli, l’inchiesta di The Grayzone ricostruisce una filiera molto meno eroica: una catena di fonti opache, finanziamenti “filantropici” e attivismo travestito da giornalismo.
La cifra nasce da un’unica fonte anonima: un medico che avrebbe moltiplicato per dieci i dati ufficiali “perché sì”, ipotizzando senza prove che le morti registrate rappresentassero meno del 10% del totale. Nessuna metodologia, nessun criterio verificabile. Da qui, il salto: Time rilancia il 25 gennaio, ammettendo di non poter confermare il dato; The Guardian lo amplifica, trasformando una congettura in fatto politico. Poche ore dopo, funzionari europei lo citano per giustificare l’idea di designare i Pasdaran come organizzazione terroristica. La guerra, ancora una volta, ha bisogno di numeri assoluti.
La fabbrica delle fonti
Il volto di questa narrazione è Deepa Parent, firma di punta del Guardian per l’Iran. Un profilo che, a leggerlo all’indietro, sembra uscito da un romanzo postmoderno: ex fashion blogger in India, specializzata in abiti e stiletto, improvvisamente promossa a esperta di rivoluzioni mediorientali. Nessuna esperienza documentata nel Paese, nessuna conoscenza del farsi, nessun legame professionale con l’area. Eppure, dal 2022, è diventata la voce ricorrente delle “rivolte” iraniane per la testata londinese.
Il suo lavoro, rivela The Grayzone, è stato finanziato da Humanity United, ONG fondata dal miliardario tecnologico Pierre Omidyar. Un nome che ricorre nei dossier su “democratizzazione” e “counter-disinformation” sponsorizzati in collaborazione con USAID e National Endowment for Democracy: gli stessi circuiti che, dall’Ucraina alle Filippine, hanno sostenuto campagne di cambio di regime sotto la bandiera dei diritti. La filantropia, in questa storia, non è un ornamento morale: è il carburante.
Parent non si limita a riportare voci: le amplifica come un megafono politico. Su X annuncia di aver ricevuto “permessi” per diffondere messaggi di presunti studenti pronti a “sequestrare centri strategici” non appena gli Stati Uniti attaccheranno. In un altro caso, condivide la delusione di una fonte anonima per la fine di una guerra tra Israele e Iran: la pace come problema, il conflitto come soluzione. È un lessico che non cerca di informare, ma di orientare.
Quando le critiche iniziano a incrinare il mito dei 30.000, la giornalista risponde con un’ammissione disarmante: non è necessario convincere il pubblico, basta muovere i “decision maker”. Le prove diventano un dettaglio secondario; ciò che conta è l’effetto. Un giornalismo che non parla ai cittadini, ma ai palazzi.
Per rafforzare la costruzione, entra in scena un secondo testimone: Amir Parasta, chirurgo tedesco e collaboratore di Reza Pahlavi, l’erede dello Scià. È lui a fornire a Time un conteggio che “allinea” la cifra, come se due numeri identici bastassero a confermarsi a vicenda. Peccato che Parasta sia legato a NUFDI, la lobby statunitense che promuove il ritorno monarchico in Iran, e che Pahlavi stesso invochi apertamente un intervento militare straniero. L’aritmetica, qui, è una forma di propaganda.
A chiudere il cerchio, la “verifica” di Factnameh, società di fact-checking canadese finanziata con 2,9 milioni di dollari dal Dipartimento di Stato USA. Anche la certificazione dell’informazione, in questa economia, diventa un servizio esternalizzato: non più controllo, ma timbro di legittimità.

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