Nelle parole del generale Zaluzhny emerge il senso di frustrazione, non tanto per l’invasione russa, che è certo di poter contrastare ma per la scarsità dei rifornimenti ‘reali’ occidentali.
Il generale Zaluzhny e l’intervista all’Economist
Di Francesco Dall’Aglio*
Valerij Zaluzhny, comandante delle Forze armate dell’Ucraina, ha rilasciato una intervista all’Economist, dove ci sono molti punti interessanti, al di là ovviamente di tutti i talking point della propaganda NATO; ma la cosa più interessante è il senso di frustrazione generale che aleggia in tutta l’intervista – frustrazione non tanto per l’invasione russa, che Zaluzhny è certo di poter contrastare con successo (come sopra: dichiara di esser certo eccetera) ma per la scarsità dei rifornimenti occidentali.
Si parte dal numero delle munizioni, insufficiente alle necessità della controffensiva; si passa poi ai veicoli militari, che quantifica in 300 carri armati, 600-700 trasporto truppe e 500 obici (immagino semoventi).
Avendoli, “è del tutto realistico tornare alle frontiere del 23 febbraio”. Ora, io non penso che sarebbero sufficienti, e noto che “le frontiere del 23 febbraio” già escludono la Crimea e le zone del Donbas che si erano separate. Però questi 300 carri e 600-700 blindati, e soprattutto 500 obici, la NATO non ce li ha.
L’intervista continua prendendo atto che la mobilitazione russa sta avendo successo, che le truppe non si rifiuteranno di combattere, che Surovikin ha messo molte cose a posto, che le FFAA russe possono contare su un pool di un milione e duecentomila/un milione e mezzo di soldati, che “da qualche parte oltre gli Urali stanno preparando nuove risorse”, che gli attacchi alle infrastrutture energetiche e logistiche stanno avendo successo, e che ormai le contromisure per gli HIMARS e affini sono state trovate e l’impatto di questi sistemi d’arma sul conflitto non è lo stesso dei primi giorni del loro utilizzo.
Infine, non potendo passare all’offensiva perché non gli mandiamo materiale, l’obiettivo strategico che Zaluzhny considera prioritario è mantenere il fronte e non perdere più terreno, in vista dell’offensiva russa che lui si aspetta per febbraio, ma forse anche prima.
Resistere a questa offensiva (che lui ipotizza possa partire non dal Donbas ma verso Kiev, dalla Bielorussia, o da sud) e accumulare riserve è il secondo obiettivo strategico dell’Ucraina.
Questo accenno alle “forze fresche” sembrerebbe preludere a un’ulteriore mobilitazione che due giorni fa Anna Malyar, viceministra della difesa, ha dichiarato di ritenere possibile.
Questo perché, come dice Zaluzhny, “le nostre truppe ora sono tutte impegnate in combattimento, stanno sanguinando. Stanno sanguinando e sono tenute insieme solo dal coraggio, dall’eroismo e dall’abilità dei loro comandanti”.
E questo è decisamente vero. Ma nessuno ha mai vinto una guerra col coraggio e con l’eroismo. Più prosaicamente, si vincono coi soldi e con una cassa di munizioni in più dell’avversario.
L’Economist in questi giorni ha intervistato anche Zelensky, e Oleksandr Syrsky, comandante delle forze terrestri dell’esercito ucraino, dove al di là del clima generale di “il rancio è ottimo e il morale alto”, troviamo questa affermazione che ai NAFO e agli Iacoboni non piacerà affatto: “The Russians aren’t idiots. They aren’t weak. Anyone who underestimates [them] is headed for defeat”.

* ripreso da Francesco Dall’Aglio ricercatore dell’Istituto di Studi Storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia (Bulgaria).
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