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Il Rojava tradito e la rivoluzione immaginata: quando l’idealismo diventa propaganda

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Il mito del Rojava racconta più l’Occidente che la Siria: una guerra scambiata per favola morale. Senza analisi geopolitica, l’idealismo diventa megafono di interessi altrui e la realtà presenta il conto.

La geopolitica come antidoto alle favole: il Rojava e l’illusione occidentale

C’è una ragione precisa per cui la geopolitica suscita irritazione: non consola. Non assolve, non distribuisce patenti morali, non separa il mondo in buoni e cattivi da tifare sugli spalti. Si limita a descrivere rapporti di forza, interessi materiali, asimmetrie di potere.

In un’epoca che ha trasformato la politica internazionale in una narrazione edificante, questo esercizio di realtà appare quasi offensivo. Eppure è l’unico che consenta di capire qualcosa. Il caso del Rojava è, da questo punto di vista, un manuale di errori collettivi.

Negli ultimi anni il dibattito pubblico occidentale ha progressivamente sostituito l’analisi con il giudizio morale. Ogni conflitto è diventato un processo, ogni attore un imputato, ogni popolo una metafora. La complessità è stata ridotta a rumore di fondo, la contraddizione a sospetto politico. La geopolitica è stata trattata come un linguaggio cinico, quasi immorale, perché rifiuta di adeguarsi alle narrazioni salvifiche. Ma è proprio questa sua refrattarietà all’estetica del bene che la rende indispensabile.

Il mito del Rojava nasce qui: dall’esigenza di trovare, nel caos siriano, una storia edificante da raccontare a se stessi. Una rivoluzione “giusta”, possibilmente armata ma eticamente ineccepibile, capace di redimere un Medio Oriente ostinatamente refrattario alle categorie occidentali.

Il Rojava come racconto ideologico

Per una parte significativa della sinistra europea e nordamericana, il nord-est della Siria è stato presentato come un laboratorio politico senza precedenti: municipalismo libertario, emancipazione femminile, convivenza interetnica, autogoverno dal basso. Un esperimento quasi utopico, capace di coniugare guerra e progresso morale. Il problema non è la simpatia per una causa, ma l’assunzione di questa narrazione come descrizione esaustiva della realtà.

Il movimento curdo in Siria non è mai stato un soggetto monolitico né un’avanguardia rivoluzionaria universale. È una costellazione di milizie, leadership locali, strutture di potere spesso verticali, equilibri tribali e alleanze contingenti. Le YPG, al centro del racconto occidentale, hanno agito come attore militare inserito in uno scacchiere regionale, non come incarnazione di un progetto politico astratto.

Soprattutto, il Rojava non è mai esistito senza un patrocinio esterno decisivo. Gli Stati Uniti ne sono stati il vero garante, fornendo armi, addestramento e copertura politica. Non per adesione ideologica al confederalismo democratico, ma per obiettivi molto più concreti: indebolire Damasco, frammentare il territorio siriano, sottrarre risorse energetiche al controllo statale e mantenere una leva strategica contro l’asse iraniano-russo. In questo senso, il Rojava ha funzionato come un protettorato informale, non come un’entità autonoma.

La narrazione romantica ha sistematicamente oscurato questi elementi. Ha rimosso le tensioni con le comunità arabe locali, il controllo poliziesco del territorio, l’opacità dei processi decisionali, la gestione dei campi di detenzione per migliaia di presunti membri dell’ISIS e delle loro famiglie. Luoghi che per anni sono stati ignorati o giustificati, salvo diventare improvvisamente “bombe umanitarie” quando l’equilibrio ha iniziato a vacillare.

Quando cade la narrazione, resta la guerra

Il crollo del sistema è stato rapido quanto rivelatore. Venuta meno la protezione americana, l’architettura del Rojava si è disgregata in poche ore. Non per un complotto esterno, ma per un’insurrezione interna e per defezioni che hanno mostrato quanto fragile fosse il consenso reale. Il passaggio finale, con l’appello dei leader curdi all’intervento di Israele, ha chiuso il cerchio: la sopravvivenza come unica ideologia residua. (E come potrebbe non essere così?)

Qui emerge il nodo politico centrale. L’idealismo, quando rifiuta l’analisi, diventa funzionale al potere. L’attivismo, quando sostituisce lo studio con l’estetica, si trasforma in amplificatore di strategie altrui. Scambiare una guerra per un fumetto, un conflitto regionale per un romanzo grafico, non è solo un errore intellettuale: è una forma di irresponsabilità politica.

La geopolitica disturba perché infrange l’illusione di essere dalla parte giusta per definizione. Ricorda che non siamo i protagonisti della storia e che i “valori” non agiscono nel vuoto, ma dentro rapporti di forza asimmetrici. E soprattutto insegna una lezione poco popolare: chi rinuncia a capire, finisce sempre per servire interessi che non controlla. Non è un messaggio edificante, ma è l’unico utile.

 

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (Kulturjam Edizioni), "Malagrazia" (Kulturjam edizioni).

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