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Il cosiddetto polo riformista , come detto più volte, è un’élite mediatica senza consenso reale: atlantista, liberista e distante dalla società. Ma tra le sue colpe maggiori vi è anche quella di aver ribaltato il significato della parola riformismo, piegandolo agli interessi economici e perdendo ogni radicamento politico.
Gli usurpatori: il “riformismo” senza popolo
È ormai accertata e protocollata l’assoluta insipienza politica del cosiddetto polo riformista. Si parla di quel piccolo rassemblement comprendente parte del Partito democratico, Renzi, Calenda, il reducismo atomistico dei radicali sparsi tra liste Bonino e Piazza Argentina, ai quali si aggiungono, ahimè, anche i pochi socialisti ancora con la testa rigirata agli anni Ottanta.
Questo club magmatico di presenzialisti egotici che imperversano nei media senza alcuna reale rappresentanza, continuamente ingigantiti da brogliacci diretti da amici, Il Riformista, da raccoglitori di veline recapitate direttamente da Washington, Il Foglio, da quel vecchio simulacro di imparzialità privatizzata che fu Radio Radicale, e, ancor di più, da tutti gli anchormen più appariscenti delle prime serate nazionali, si può definire come un’orgogliosa versione del berlusconismo più progressista.
Si contraddistinguono per ingentilire, con parole docili, tutti gli indirizzi più reazionari dell’era post-politica. Più profitti ai capitalisti, libera circolazione dei capitali, no alle patrimoniali, più Europa, ovviamente, meno conflittualità sociale, chiusura degli spazi antagonisti e di dissenso, ansie russofobiche che sfociano in liste di proscrizione, appoggio indiscriminato ai crimini genocidari di Israele, fanatismo atlantista, più armi, più guerra e, da ultimo, appoggio al tentativo di privatizzazione della giustizia.
Un piccolo consorzio di notabilato parlamentare alla disperata ricerca di nuovi protagonismi che sopravvive esclusivamente grazie al pregio dei contatti mantenuti in rubrica e alla spregiudicatezza delle proprie iniziative, ridotte sempre a flash mob concepiti da agenzie di marketing e supportati da giornalisti compiacenti.
Ma altresì colpevole di un crimine abominevole: il ribaltamento del significato dato alla parola riformismo. Il riformismo gradualista ha fatto parte della storia del movimento operaio, con una sua legittimità prospettica e una sua serietà ideologica. È sì vero che in assenza di un soggetto rivoluzionario ha meno senso parlare di orizzonte riformista, ma di certo non è possibile ridurre il senso del termine alle riforme decretate d’urgenza dalle classi dirigenti, dal ceto capitalista, dal “ce lo chiede l’Europa”, dai fondi speculativi transnazionali, dalla Nato, dal “There is no alternative” e da Confindustria in persona.
Di questa vera e propria atrocità storico/lessicale sono molteplici i colpevoli e si aggirano tra noi sin dai tempi di quell’ebetismo entusiasta che spadroneggiava nei Novanta. Ma oggi, i prosecutori di quel filone postmoderno, tutto management e tavoli di lavoro – sempre presenti, questi, nei meeting che assolvevano il compito di spettacolarizzare il carisma del leader all’avanguardia -, appaiono incartapecoriti nel loro distacco psichedelico dalla realtà.
La loro parlantina si disperde lontana nella rarefazione atmosferica non appena nella società riappare quel po’ di conflittualità sociale che nutre la realtà della democrazia. La loro sparizione è all’ordine del giorno e così li dimenticheremo, definitivamente cooptati come cavalieri serventi da Marina Berlusconi.

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